Per ora ci sono soltanto segnali, significativi ma non ancora sufficienti per parlare di una collaborazione pienamente avviata. Costantino Russo, figlio del boss Giuseppe, detto Peppe ‘o padrino, starebbe provando a rompere con il clan dei Casalesi e a consegnare agli investigatori quanto sa sulle dinamiche criminali più recenti, sugli affari della sua cosca – strettamente legata alla fazione Schiavone – e sui rapporti mantenuti con i capi detenuti.
La voce circolava da giorni ed è diventata più concreta durante le udienze al Riesame per gli indagati coinvolti nell’inchiesta della Direzione investigativa antimafia che, nelle scorse settimane, ha portato all’esecuzione di 22 misure cautelari. Russo ha rinunciato al ricorso, decidendo quindi di non contestare l’ordinanza che lo ha portato in carcere, ha revocato gli avvocati di fiducia e nominato Domenico Esposito, legale che assiste diversi collaboratori di giustizia. Passaggi che sembrano tracciare l’avvio di un percorso di collaborazione, sebbene ancora alle battute iniziali e destinato a essere sottoposto a una rigorosa verifica da parte della Procura di Napoli.
Gli inquirenti dovranno valutare la genuinità e l’attendibilità delle dichiarazioni, ma soprattutto la volontà di Russo di fornire un racconto completo. Non basterebbero, dunque, rivelazioni parziali o limitate a singoli episodi: la collaborazione dovrebbe riguardare l’intero sistema di relazioni, interessi economici e responsabilità di cui il figlio del boss è a conoscenza.
Se il percorso dovesse proseguire, Russo potrebbe trasformarsi in una fonte di enorme rilievo per la Dda. Secondo l’accusa, dopo la detenzione del padre e degli zii Massimo, Francesco e Corrado, sarebbe diventato il principale riferimento dell’omonima fazione, storicamente alleata degli Schiavone. Una posizione che gli avrebbe consentito di conoscere dall’interno le nuove gerarchie dei Casalesi e le trasformazioni avvenute dopo l’arresto dei vecchi capi.
Il suo eventuale racconto potrebbe fare luce sui business sviluppati tra Castel Volturno e l’Agro aversano, sulla rete degli imprenditori ritenuti vicini al clan, sugli investimenti effettuati attraverso società e prestanome e sui collegamenti ancora esistenti tra i detenuti al 41 bis e gli uomini rimasti in libertà. Russo potrebbe inoltre riferire sui canali di approvvigionamento della droga, sulle piazze di spaccio e sulla gestione del gioco e delle scommesse clandestine.
Non meno rilevante sarebbe il capitolo sulle dinamiche più recenti del clan: dalla leadership attribuita a Gianluca Bidognetti, sottoposto al carcere duro dal 2022, al tentativo di Emanuele Libero Schiavone di riprendere il controllo criminale di Casal di Principe, fino alla mafia imprenditoriale riconducibile agli Zagaria, con interessi che spaziano dalla Spagna a Dubai. Inevitabile anche un chiarimento sulla figura del padre e sull’eventuale capacità di Peppe ‘o padrino di mantenere, nonostante la detenzione, contatti con il mondo esterno.
Il primo banco di prova sarà rappresentato proprio dalle contestazioni contenute nell’ordinanza che ha portato Russo in carcere. Per la Dda, il figlio del boss avrebbe gestito la distribuzione del denaro proveniente dalle attività lecite e illecite della fazione, il sostegno alle famiglie dei detenuti, i rapporti tra i vertici in carcere e gli affiliati rimasti in libertà, oltre a una rete di investimenti e intestazioni fittizie.
L’inchiesta ricostruisce interessi nelle scommesse clandestine, nei locali dell’Area 51, negli stabilimenti balneari, nei bar, nelle società commerciali e negli immobili. Tra le attività indicate dagli investigatori figurano il Bar Miramare, lo Chalet del Mare, il Conca Beach, la Scimmietta Bis e il New Crazy Horse. Contestati anche presunti investimenti in un negozio di abbigliamento sportivo, in un centro estetico e nell’acquisto delle quote della Nereo Club.
Russo è inoltre accusato di avere organizzato, insieme ad altri indagati, un’associazione dedita al traffico di cocaina e marijuana. L’Area 51 sarebbe stata utilizzata contemporaneamente come sala per le scommesse illegali e come punto di vendita della droga, offerta, secondo la ricostruzione accusatoria, agli stessi clienti del locale. Ci sono poi le presunte estorsioni agli scommettitori indebitati, le spedizioni punitive e la disponibilità di armi.
Contestazioni ancora da sottoporre al vaglio dei giudici e rispetto alle quali vale la presunzione d’innocenza. Ma è proprio da questo articolato sistema di affari e relazioni che dovrebbe partire Costantino Russo, se deciderà realmente di passare dalla parte dello Stato. Una scelta in linea con quelle compiute negli ultimi anni da altri figli di boss diventati collaboratori di giustizia: basti pensare a Raffaele Bidognetti “‘o puffo” e Nicola Schiavone, rispettivamente figli di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e mezzanotte, e Francesco Schiavone, detto Sandokan. Il possibile pentimento di Costantino Russo potrebbe insomma aprire una nuova e delicatissima stagione investigativa sul presente dei Casalesi.





