La deriva populista

Foto Roberto Monaldo / LaPresse Nella foto Vincenzo D'Anna

Il governo guidato da Mario Draghi è contestato in più città del Belpaese. La luna di miele degli italiani con l’ex governatore della Bce sembra sia giunta al termine. Nonostante le molteplici agevolazioni previste nei vari decreti sollecitamente predisposti per aiutare tutte le categorie colpite dalle chiusure imposte dall’epidemia virale, l’indice di gradimento nei confronti del presidente del Consiglio comincia ad incrinarsi. Un vecchio adagio recita che ogni ingiustizia ci offende quando non ci procura personalmente un vantaggio. Incassati gli sgravi fiscali, i contributi a fondo perduto, la sospensione del versamento delle tasse e delle imposte, il blocco delle cartelle esattoriali emesse dall’Agenzia per le entrate; incamerati l’assunzione di migliaia di operatori sanitari, la campagna di vaccinazione ed i tamponi gratis, l’apertura progressiva di uffici e negozi, l’aumento vertiginoso del Pil e la piena occupazione che ne consegue, il popolo sovrano sta iniziando ad agitarsi ed a lamentarsi. Insomma: appena si tenta di tornare alla normalità, peraltro invocata a più riprese, ci si accorge che i provvedimenti ed i benefici – indirizzati su larga scala – non sono bastati per acquisire un duraturo apprezzamento. La vicenda del “Green Pass” che tante proteste sta suscitando, alimenta parallelamente l’agitazione del corpo sociale che lamenta il balzo delle tariffe per la fornitura di beni e servizi indispensabili come luce e gas (a parte le agitazioni dei No Vax per le disposizioni che limitano l’autonomia decisionale dei cittadini). La diffusa debolezza politica di quel simulacro che sono diventati i partiti a carattere personale va di pari passo con le contraddizioni presenti in un governo di unità nazionale. Tutti aspettano i miliardi di Bruxelles per il “Recovery Fund”, intesi come la panacea di tutti i mali da realizzarsi con l’avvio del complesso delle opere indicate nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Un progetto faraonico che però richiede tempi di attuazione di medio lungo termine, inadeguati a soddisfare le contingenze e le urgenze che affliggono molte categorie sociali. Insomma l’attualità prende il sopravvento sulle future azioni di recupero e resilienza e le preoccupazioni derivate dalla quotidianità soverchiano qualsiasi proponimento di là da venire. Il governo annaspa innanzi ai problemi ordinari, tutto proteso ad ipotizzare come realizzare lo straordinario. Questa assenza di risposte concrete sulle criticità del momento mette Draghi in difficoltà: quando improvvisamente manca la luce non c’è bisogno di un tecnico bravo capace di ridisegnare l’impianto elettrico, occorre chi ti procuri una candela. Venuta meno la funzione costituzionale dei partiti politici, quelli per intenderci che avevano luoghi di discussione democratica al loro interno, arene ricche di un retroterra di cultura e di visione sociale in grado di rappresentare i bisogni dei propri elettori, è venuta a mancare la capacità di analisi e di proposte sulle cose ordinarie da fare, ma non per questo meno importanti. Quei partiti avevano lunghe antenne e cinghie di trasmissione, con sindacati ed associazioni di categoria, in un perenne confronto con la pluralità delle realtà sociali; quella “politica” aveva anche strumenti organici per dare risposte. Oggi tutti sono appesi alla logorrea dei capoccia, alle dinamiche verbali sugli argomenti scelti dai leader, quasi sempre in chiave polemica ed in contrapposizione critica pregiudiziale con le proposte dei concorrenti. Il fatto che non si riesca a trovare una sintesi, un’intesa tollerante sull’uso del “certificato verde”, in luogo degli anatemi che si scagliano sulle piazze reciprocamente, rappresenta il sintomo eloquente che la politica non riesce più a governare e non rappresenta più i blocchi sociali più vicini alle proprie posizioni. La piazza ed i facinorosi che la frequentano, tentano di forzare la mano al governo sugli argomenti di maggiore attualità. Insomma gli umori viscerali, la pseudo scienza, il sentito dire, ormai coagulano un comune denominatore che viene rappresentato come opinione pubblica. Le aule delle due Camere sono vuote ed emarginate dalla ormai inveterata abitudine dell’esecutivo a partorire decreti urgenti, in luogo di leggi di iniziativa parlamentare. Un arengo soggiogato da tale metodologia, utilizzato solo per votare la fiducia sui provvedimenti assunti dal governo, si trasforma in un pleonastico orpello istituzionale. Se poi i provvedimenti governativi sono assunti e dettati dallo stato di necessità, sulla scorta degli echi e del bailamme che sale dalla piazza, il rischio che si riviva la stagione grillina è praticamente certo. Nascondere questo stato di impotenza politica dietro la retorica antifascista è un errore esiziale per la nostra democrazia. Non sono i fantasmi del passato ad insidiare il civile confronto democratico ma l’ottusità di chi crede di propinarci le cose che gli fanno gioco e vantaggio elettorale.

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