Custode degli Scavi di Pompei arrestato per violenza sessuale, il racconto della giovane vittima: “Mi toccava e io ero paralizzato”

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Il Parco Archeologico di Pompei
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Non era entrato negli Scavi di Pompei per caso. Quel 17enne di Padova aveva una passione particolare per l’archeologia e, dopo una prima visita con la famiglia pochi giorni prima, aveva deciso di tornare da solo per vedere alcune domus che non era riuscito a visitare. E’ proprio da questo dettaglio che prende forma uno degli aspetti più delicati contenuti nell’ordinanza con cui il gip di Torre Annunziata, Luisa Crasta, ha disposto il carcere per un custode degli Scavi di Pompei, un 58enne di Scafati, accusato di violenza sessuale ai danni del minore.

Il ragazzo, secondo quanto ricostruito negli atti, avrebbe inizialmente pensato che l’uomo che lo avvicinava fosse una guida. Gli avrebbe chiesto se avesse bisogno di una mappa e, dopo aver ricevuto una risposta negativa, avrebbe continuato a seguirlo fornendogli informazioni sugli edifici e sulle aree archeologiche. Poi la proposta di entrare nella Casa di Ercole, normalmente chiusa al pubblico e alla quale l’uomo avrebbe potuto accedere per il suo ruolo di custode.

E’ proprio qui che, secondo il racconto del giovane riportato nell’ordinanza, la situazione sarebbe cambiata. Il ragazzo ha spiegato agli inquirenti di non essersi mai trovato prima in una situazione simile e di non sapere come comportarsi con un adulto che lavorava all’interno del sito.

“Non sapevo cosa fare”, è il senso della spiegazione resa dal giovane agli investigatori. Aveva una vaga sensazione che qualcosa potesse non andare, ma non riusciva a immaginare che la situazione potesse degenerare. Alla fine avrebbe seguito l’uomo nel giardino della Casa di Ercole e si sarebbe seduto sul triclinio in pietra dopo le ripetute richieste.

Nell’ordinanza il gip dedica particolare attenzione proprio a questo aspetto: il comportamento iniziale del ragazzo, compreso l’ingresso nella casa, non viene considerato indicativo di un consenso rispetto a ciò che sarebbe avvenuto successivamente. Gli atti descrivono invece una progressiva condizione di paura e di blocco psicologico, accompagnata, secondo la ricostruzione investigativa, da manifestazioni di dissenso.

Un altro elemento considerato significativo è ciò che sarebbe accaduto subito dopo. Il ragazzo avrebbe cercato la madre attraverso WhatsApp, chiedendole di poter tornare a casa e manifestando anche il timore che l’uomo potesse trovarsi ancora nelle vicinanze. Alla domanda della madre su cosa fosse successo, avrebbe risposto prima in modo generico e poi, alla domanda se qualcuno lo avesse toccato, avrebbe fatto capire che era accaduto qualcosa di più grave.

La madre, ricevuti quei messaggi, gli avrebbe indicato di rivolgersi immediatamente ai carabinieri e sarebbe partita per raggiungerlo. Poco dopo il ragazzo ha presentato denuncia.

Per il gip, il racconto reso nell’immediatezza avrebbe trovato riscontri nelle immagini delle telecamere del Parco Archeologico, nei messaggi e nella cronologia delle telefonate con la madre, oltre che nella successiva ricostruzione dei luoghi e degli spostamenti.

La vicenda giudiziaria è ancora nella fase delle indagini preliminari. L’uomo arrestato è da considerarsi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

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