Scarcerato il ras dei Licciardi, Abbatiello torna alla Masseria

Ritenuto tra i reggenti del clan. Allerta degli inquirenti

NAPOLI – Scarcerato Paolo Abbatiello. Torna nell’abitazione alla Masseria Cardone. E non è poco. Gli inquirenti della Dda lo hanno additato più volte come il referente per i Licciardi, tra i più potenti e meglio organizzati. Ha finito di scontare la pena. Libero. Ha solo la misura di sorveglianza speciale con obbligo di dimora. Qui nell’area nord la notizia fa rumore e ha già fatto il giro dei rioni. Un “elemento apicale del clan”, scrissero i carabinieri all’alba del 28 aprile 2015, quando l’allora 48enne fu bloccato a casa.
I militari circondarono la palazzina, per prevenire qualsiasi tentativo di fuga e fecero irruzione. “Raggiunto da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura dopo una condanna definitiva: 6 anni, 11 mesi e 13 giorni di reclusione per associazione di tipo mafioso e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti”.

I magistrati lo indicano come un leader carismatico. La ‘mente pensante’ nei Licciardi. Paolo Abbatiello ha lasciato il penitenziario a Cuneo due settimane fa. Difeso dall’avvocato Giuseppe Biondi. Alla fine il 55enne lo ha detto e lo ha fatto. “Morirò in cella, perché non farò mai il pentito”. Così è stato (uscito per fine pena). Lo dice la mattina del 20 febbraio 2009 agli agenti del commissariato Montecalvario. Gli davano la caccia dal giugno del 2008, quando finirono in manette cinquanta persone ritenute legate al clan Licciardi. Una operazione a rullo che minava le fondamenta dell’organizzazione. Ed è per questo – scrivono gli inquirenti – che in quel periodo la Cupola gli diede carta bianca: Abbatiello doveva restare libero. A tutti i costi (nel senso letterale del termine). Quando gli agenti lo bloccano in un appartamento a Monterusciello ha una valigia con seimila euro ai piedi del letto (disponibilità illimitata di soldi per la latitanza e poteva contare sulla ospitalità di tutti gli ‘amici’ della cosca, dalla Francia a Palermo). “Questa mattina sarei dovuto ripartire – dice ai poliziotti che lo svegliano alle quattro – ma siete stati bravi. Ora però manteniamo la calma”. Considerato un esponente ‘alla vecchia maniera’. Lo zoccolo duro del clan: di quelli che non parlano neanche sotto tortura, ma che mostrano riguardo verso le forze dell’ordine. Per gli inquirenti, rientra nel gruppo dei fedelissimi: le persone sulle quali si può contare per investire denaro. E così si è comportato quella mattina. Non immaginava che avesse di fronte gli uomini della squadra investigativa di Montecalvario: pensava che fossero le ‘teste di cuoio’ della questura. Credeva che gli specialisti della Mobile avessero circondato il fabbricato in via Matilde Serao. Invece c’erano solo cinque agenti. Ma pronti a tutto e determinati: indossavano giubbotti antiproiettili, pistole alla mano ed erano stracarichi di adrenalina. Secondo le informative della polizia, l’allora 42enne era scaltro e determinato: abile nello schivare i controlli. Tanto da evitare con agilità la maxioperazione del 20 giugno 2008. Da allora aveva scansato i blitz in una sequenza da brivido: si spostava di continuo. Non sostava in un posto per più di 48 ore. In pratica cambiava alloggio ogni due giorni. Era diventato imprendibile. Non utilizzava mai il cellulare: nell’ordinanza della Procura non c’era traccia di conversazioni telefoniche. Mai intercettato. Tanto da essere considerato uno ‘specialista’ nella latitanza: conosceva le tecniche (non usava il telefonino) e i tempi dei blitz (rimaneva in un posto solo poche ore). Tanto che gli investigatori quasi avevano perso speranza. “Se fossi rimasto alla Masseria Cardone, non mi avreste mai preso”, dice con un ghigno ai poliziotti di Montecalvario. Ma è stato costretto a spostarsi, aveva il fiato sul collo della Mobile. Gli specialisti della questura stavolta avevano puntato i ‘riflettori’ nella direzione giusta.

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