Scuola, denuncia degli studenti: “Educazione ambientale? Non si fa”. Ma i prof: “In parte sì”

L'educazione ambientale divide studenti e docenti. "Non si fa", denunciano i primi. "Non è proprio così", rispondono i secondi. La materia, che rientra dall'anno scolastico 2020 tra gli assi portanti dell'educazione civica, sembra comunque trovare difficoltà a farsi largo tra i banchi di scuola

ROMA – L’educazione ambientale divide studenti e docenti. “Non si fa”, denunciano i primi. “Non è proprio così”, rispondono i secondi. La materia, che rientra dall’anno scolastico 2020 tra gli assi portanti dell’educazione civica, sembra comunque trovare difficoltà a farsi largo tra i banchi di scuola. “L’educazione ambientale è una vetrina su cui non sono stati fatti investimenti concreti”, dice a LaPresse Tommaso Biancuzzi, membro dell’esecutivo nazionale della Rete degli Studenti. “Viene fatta in maniera sporadica, non continuativa”, gli fa eco Luca Redolfi, coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti. Ma i professori non sono d’accordo: “C’è un coordinamento nazionale che sta lavorando alla pianificazione”, sottolinea all’agenzia Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl Scuola. Mentre per Manuela Calza, segreteria nazionale Flc Cgil, è troppo presto per dare un giudizio: “La pandemia non ha dato la possibilità di verificare gli esiti dell’esperienza”. Per i presidi, invece, si tratta di un progetto in divenire: “Il germe è stato seminato”, afferma a LaPresse Antonello Giannelli, presidente Associazione nazionale presidi (Anp).

Per la sottosegretaria all’Istruzione Barbara Floridia “gli studenti hanno ragione”. Però, “l’Italia è forse il primo Paese in Europa ad avere non solo introdotto l’educazione ambientale nel curriculum scolastico ma ad avere un piano nazionale, RiGenerazione Scuola, di interventi sulla sostenibilità che riguardi non solo i contenuti dell’educazione ambientale ma che sta mettendo a sistema l’insieme di iniziative concrete per trasformare le scuole in luoghi sperimentali della transizione ecologica e culturale”.

Dallo scorso anno scolastico l’educazione civica, trasversale alle altre materie, è obbligatoria in tutti i gradi dell’istruzione, a partire dalle scuole dell’infanzia. Per gli studenti, tuttavia, è tutto ancora sulla carta. “L’educazione ambientale non viene fatta”, denuncia Biancuzzi. “Anche laddove i temi sono stati inseriti nei curricola la considerazione e l’attenzione sono minime, se non nulle, e questo porta a una mancanza di uniformità a livello nazionale rispetto a questa materia. Anche perché manca un sostegno a livello centrale. E’ chiaro che bisogna pensare a percorsi specifici per mettere i docenti in condizione di affrontare la questione”.

Per Biancuzzi, l’educazione ambientale non è solo una questione di formazione. “Il tema rientra in una visione complessiva della scuola, a prescindere dalle difficoltà di questi due anni e della didattica a distanza. Al di là delle dichiarazioni sulla trasversalità, l’impostazione del nostro sistema scolastico rimane nozionistica e con materie separate. Bisogna cercare di modificare le fondamenta della scuola per renderla più inclusiva e in grado di affrontare temi fondamentali come il cambiamento climatico”.

Le stesse critiche e la richiesta di una scuola che sappia guardare all’ambiente in modo più attento arrivano dal coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti. “L’educazione civica viene fatta in maniera sporadica, non continuativa”, dice. “I docenti hanno difficoltà nell’affrontarla. Serve maggiore consapevolezza su come trattarla”. “Abbiamo chiesto più chiarezza rispetto alle linee guida, sui progetti da portare avanti. Manca una logica sistemica”.

“Non ci si può aspettare – spiega Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl Scuola – che l’educazione ambientale sia argomento unicamente di pertinenza scientifica. Passa attraverso il decoro urbano, il rispetto dell’ambiente, una piccola azione che può fare il bambino in classe fino alle grandi azioni delle aziende. E’ una mentalità. Ai ragazzi questo modello deve essere promosso attraverso azioni concrete, non può essere trasmesso solo attraverso la lettura di un libro”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Manuela Calza, segreteria nazionale Flc Cgil: “L’educazione civica come disciplina obbligatoria ha dovuto fare i conti con la pandemia e con la didattica a distanza”. L’auspicio, per Calza, è che “l’introduzione come materia obbligatoria dia sistematicità e organicità alle buone pratiche, diffuse ma troppo spesso lasciate all’iniziativa dei singoli e che difficilmente entrano in curricula veri e propri”. Per la segretaria nazionale Flc Cgil è comunque prematuro dare un giudizio definitivo: “La pandemia non ha dato la possibilità di verificare gli esiti dell’esperienza. E’ presto per fare una valutazione”.

Anche i presidi invitano a guardare il buono dell’iniziativa. “Certo – afferma Antonello Giannelli, presidente Associazione nazionale presidi (Anp) – l’educazione civica è un’ora a settimana. L’impianto dei corsi di studio è quello di sempre. Ma nulla vieta di aggiungere attività extra curricolari”. E, naturalmente, è anche una questione di investimenti. “Ci sono poche risorse, a cominciare dal numero di professori”, aggiunge Giannelli. “Però i germi sono stati seminati”.

di Alice Scialoja e Federico Finocchi

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