Terremoto, l’ombra del clan Zagaria sugli affari della ricostruzione: arrestati Esposito e i fratelli Diana. I nomi dei 51 indagati

L’inchiesta della Dda sugli appalti per la ricostruzione post-sima nelle Marche: 51 indagati, 8 misure cautelari e sequestri per 57 milioni

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I fratelli Diana ed Esposito
Giuseppe Diana, genero di Elvira Zagaria, con il fratello Raffaele e Antonio Esposito
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CASAPESENNA – Le tragedie sono anche occasioni di affari per le mafie. La storia lo insegna: dove un terremoto distrugge case e attività, arrivano finanziamenti pubblici e si aprono nuovi mercati. E la criminalità organizzata prova a inserirsi nel circuito della ricostruzione. È già successo. E sarebbe accaduto anche nelle Marche, devastate dal sisma del 2016, dove la Procura di Ancona ha individuato un presunto sistema di infiltrazioni negli appalti che coinvolgerebbe anche la fazione Zagaria del clan dei Casalesi.

L’operazione ‘Ricostruzione’, condotta dalla guardia di finanza sotto il coordinamento della Dda di Ancona, ha portato a otto misure cautelari in carcere, 51 indagati e sequestri per oltre 57 milioni di euro. Al centro dell’inchiesta, coordinata dall’ufficio guidato dalla procuratrice Monica Garulli, un articolato sistema di presunte frodi sui contributi pubblici, subappalti irregolari e corruzione. Tra gli arrestati ci sono i fratelli Giuseppe Diana, detto Peppe ’o biondo, e Raffaele Diana, di Casapesenna, e Antonio Esposito, soprannominato ’o suricillo, originario di San Cipriano d’Aversa. I tre sono difesi dagli avvocati Carlo De Stavola e Guido Diana.

Giuseppe Diana è il marito di Raffaella Zagaria, estranea all’inchiesta e figlia di Elvira Zagaria, già condannata per mafia e sorella del boss Michele, detto Capastorta.

Ma quale sarebbe stato concretamente il loro ruolo? Secondo la ricostruzione accusatoria, il punto di accesso agli affari della ricostruzione era rappresentato dall’imprenditore marchigiano Enrico Crucianelli, la cui società avrebbe acquisito centinaia di appalti pur non disponendo di personale sufficiente per gestire tutti i cantieri. L’impresa avrebbe beneficiato anche delle anticipazioni sui lavori, pari al 20% del valore dei contratti, affidando poi una parte consistente degli interventi a società subappaltatrici.

Ed è proprio attraverso questo passaggio che, secondo gli investigatori, sarebbero entrati nel sistema gli imprenditori campani ritenuti vicini alla fazione Zagaria.

Le contestazioni attribuiscono ai fratelli Diana la gestione di fatto di Mira, Prospera, Omega, Adriatica e Gisa Costruzioni. Antonio Esposito sarebbe stato invece il vero amministratore della Ricostruire Srl. Le aziende, formalmente intestate ad altri soggetti, avrebbero ottenuto lavori attraverso i subappalti concessi dalla Crucianelli Rest/Edile.

Secondo la Dda, le intestazioni societarie avrebbero permesso di nascondere agli organismi di controllo i reali amministratori e i presunti collegamenti con gli ambienti camorristici. Quando una società incontrava ostacoli nelle verifiche prefettizie o veniva colpita da un’interdittiva antimafia, le commesse sarebbero passate ad altre imprese riconducibili agli stessi soggetti.

Il meccanismo avrebbe consentito di aggirare i controlli previsti per accedere ai subappalti finanziati con i contributi per il terremoto. In sostanza, imprese prive dei requisiti necessari avrebbero continuato a lavorare attraverso società apparentemente estranee agli ambienti criminali.
Per gli investigatori, non si sarebbe trattato soltanto di ottenere commesse edilizie. Il sistema avrebbe consentito alle imprese riconducibili agli indagati di inserirsi nel mercato marchigiano, beneficiando della liquidità assicurata dai finanziamenti pubblici.
La Procura contesta, per alcune posizioni, anche l’aggravante di aver favorito la fazione Zagaria del clan dei Casalesi. L’ipotesi accusatoria collega tale agevolazione alle opportunità economiche offerte dai subappalti. Per Antonio Esposito, tuttavia, il gip ha escluso l’aggravante mafiosa, pur disponendo la custodia cautelare in carcere per le altre contestazioni.

Il presunto sistema non avrebbe riguardato soltanto gli interessi riconducibili alla camorra casertana. Nell’inchiesta compare anche un imprenditore ritenuto vicino alla ’ndrangheta calabrese, che avrebbe operato nel circuito dei subappalti della ricostruzione.

Il valore dei contratti interessati dal presunto sistema fraudolento è stato quantificato dall’accusa in circa 233 milioni di euro. Le anticipazioni del 20% ottenute dall’impresa appaltatrice ammonterebbero a 46,5 milioni, mentre le fatture emesse dalle società subappaltatrici riconducibili ai tre casertani raggiungerebbero quasi 16 milioni. Per i tre casertani non si tratta del primo confronto con la giustizia. I fratelli Diana ed Esposito erano già stati coinvolti nell’inchiesta ‘Minerva’ della Dda di Firenze, sugli investimenti sospetti tra Toscana ed Emilia-Romagna. Quel procedimento si era concluso in primo grado con l’assoluzione dei tre, impugnata dalla Procura. Giuseppe Diana è stato inoltre condannato in primo grado per associazione mafiosa in un altro processo. L’inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.

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