Vino: cambio al vertice di Unione Italiana Vini, dopo l’inchiesta per false fatture e truffa all’Ue

“Quando il vino entra, strane cose escono”. Non ci sono parole migliori di quelle di Friedrich Schiller per descrivere la tempesta che sta squassando il mondo delle cantine italiane"

LaPresse - Mourad Balti Touati

MILANO – “Quando il vino entra, strane cose escono”. Non ci sono parole migliori di quelle di Friedrich Schiller per descrivere la tempesta che sta squassando il mondo delle cantine italiane. Una vera e propria ‘Guerra del Vino’ che coinvolge alcune delle realtà più significative del settore: la storica Unione Italiana Vini e Veronafiere Spa, che ogni anno ospita il Vinitaly.

Una contesa talmente accesa da provocare, a metà ottobre, un cambio al vertice della prestigiosa cooperativa di produttori, nata 126 anni fa e che da sola rappresenta più del 50% del fatturato e dell’85% dell’export dei calici tricolori. E da portare alle dimissioni del presidente Ernesto Abbona, che ha lasciato il testimone a Domenico Zonin.

Ma cosa è successo? Facciamo un passo indietro. Le tensioni sono deflagrate quando alcune operazioni messe a segno negli ultimi 3 anni da Unione Italiana Vini sono finite sotto la lente della Procura di Milano prima e della Procura Europea EPPO, poi. Il sospetto degli inquirenti è che fondi stanziati da Bruxelles per promuovere il vino italiano in realtà siano stati dirottati in tutt’altra direzione.

Alla fine 2018, Unione Italiana Vini ha partecipato al bando del europeo ‘Native Grapes Academy’ – NGA (Accademia dei vitigni autoctoni, ndr.). Accanto all’associazione – che riunisce cantine storiche come Frescobaldi, Zonin, Sartor solo per citarne alcune – si è schierata anche Zante Coop. Solo se avessero aderito due o più paesi membri, infatti, sarebbe stato possibile ricevere i fondi Ue. A promuovere il vino italiano e greco – con tour e degustazioni anche in Nord America e in altri continenti – ci avrebbe dovuto pensare Veronafiere. Peccato però che con i 2 milioni di euro già previsti dalla CHAFEA – la Consumers, Health, Angricolture and Food Executive Agency della Ue che ha promosso il bando – finora si sia fatto ben poco. Di sicuro c’entra lo stop forzato imposto dal Covid, ma il sospetto degli inquirenti è che gli oltre 4,6 milioni di euro previsti complessivamente da Bruxelles, in realtà, siano stati destinati ad attività anche lontane dal mondo del vino.

O almeno, abbastanza perché a maggio la Guardia di Finanza perquisisse le sedi dell’Unione Italiana Vini e di Veronafiere e i pm indagassero Paolo Castelletti e Alessio Aiani, rispettivamente consigliere delegato e Cfo di Unione Italiana Vini. False fatturazioni e truffa ai danni della Ue sono i reati ipotizzati. Castelletti e Aiani, come si legge nel decreto di perquisizione, avrebbero “indotto in errore” anche “con raggiri” l’agenzia CHAFEA, “procurandosi un ingiusto profitto connesso all’erogazione del finanziamento europeo”. L’80% dei 4,6 milioni previsti sarebbe dovuto arrivare dalla Ue mentre il 20% – pari a poco più di 1,1 milioni – da Unione Italiana Vini. Denaro che, sempre stando all’ipotesi dei pm, in realtà sarebbe stato conferito da Veronafiere, la quale nel frattempo avrebbe stipulato un “simulato contratto di servizi” con l’associazione dei produttori, giustificato da un giro di fatture false.

Accuse pesanti, che hanno causato non poche turbolenze al momento dell’approvazione del bilancio di Unione Italiana Vini: il collegio sindacale ha deciso di non sottoscriverlo, mentre il consiglio di amministrazione lo ha approvato ugualmente. Non solo. I consiglieri il 14 ottobre scorso hanno deciso di confermare sia Castelletti che ad Aiani, nonostante l’indagine in corso, e hanno indicato Domenico Zonin come nuovo presidente. Di seguire la vicenda sul piano giudiziario, da qualche settimana, è stato incaricato l’avvocato milanese Nerio Diodà, che ha chiarito come l’indagine sia ancora in pieno sviluppo. Ma è solo l’inizio e la storia della ‘Guerra del Vino’ è ancora tutta da scrivere.

(LaPresse)

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