RUBRICA. “Senza censura” di Luigi De Magistris: la politica ha fatto morire il diritto alla salute

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Foto Valerio Portelli/LaPresse 11-03-2019 Roma, Italia Cabina di Regia Bagnoli-Coroglio a Palazzo Chigi Politica Nella Foto: Luigi de Magistris Photo Valerio Portelli/LaPresse 11 March 2019 Rome, Italy Cabin of Regia Bagnoli-Coroglio at Palazzo Chigi Politics In the pic: Luigi de Magistris

NAPOLI – La tragedia che ha colpito al cuore il piccolo Domenico ha scosso l’intero Paese. Un dramma che non può essere accettato né dimenticato. Una morte vissuta in tempo reale da milioni di persone non può e non deve rimanere impunita. Spetterà alla magistratura, nella sua autonomia e indipendenza e lontano dal clamore del “forcone mediatico”, accertare in tempi auspicabilmente rapidi le responsabilità penali, che sono personali e non possono travolgere intere categorie di professionisti, né tantomeno strutture sanitarie e ospedaliere. Lo sciacallaggio politico e mediatico, talvolta alimentato anche da pregiudizi territoriali, è qualcosa di riprovevole, soprattutto quando si consuma sulla pelle di chi soffre. Una cosa è la doverosa cronaca, l’attenzione sociale e politica; altra cosa è la gogna indiscriminata contro un’intera categoria di operatori sanitari. Se un magistrato sbaglia non si mette sotto processo tutta la magistratura; allo stesso modo, se un medico sbaglia non si possono colpire tutti i medici. Altrimenti si finisce per mettere tutti sul banco degli imputati e, paradossalmente, se sono tutti colpevoli nessuno lo è davvero. No: chi ha sbagliato deve pagare.

Domenico è morto e nessuno potrà restituirlo alla vita. Non ha avuto garantito il diritto costituzionale alla salute e alla vita. I suoi genitori non vivranno più come prima, ma sopravviveranno a un dolore incolmabile. Accanto alle eventuali responsabilità penali vi sono però anche quelle politiche, morali e amministrative, non meno gravi. Sono le responsabilità di una classe dirigente che, nel tempo, ha lasciato indebolire il diritto alla salute sancito dagli articoli 3 e 32 della Costituzione, attraverso scelte insufficienti o inefficaci. Troppo spesso si assiste a dichiarazioni, presenze mediatiche e promesse, ma pochi interventi concreti nelle sedi istituzionali per costruire una sanità più solida, efficiente ed equa. Allo stesso tempo, va respinto con fermezza ogni attacco indiscriminato al personale sanitario, che quotidianamente opera in condizioni difficili assumendosi la responsabilità di decisioni delicate per salvare vite umane. Accettare il rischio dell’intervento medico non può trasformarsi in una presunzione di colpevolezza.

La salute è un bene comune e difenderla è un dovere collettivo. Ma se passa l’idea che ogni medico sia un bersaglio, si rischia di alimentare la fuga dalle corsie e dalla prima linea, trasformando la vocazione in paura e il servizio in esposizione alla gogna. Occorre invece creare le condizioni perché la sanità pubblica migliori, perché i professionisti siano messi nelle condizioni di lavorare con strumenti adeguati e con tutele giuste, ricordando che per molti quella medica non è soltanto una professione, ma una missione che richiede un livello etico altissimo. L’auspicio è che la tragedia del piccolo Domenico non diventi l’ennesima occasione mancata per rafforzare la sanità, soprattutto nel Sud, né un pretesto per indebolirla ulteriormente. È giusto colpire chi sbaglia, ma è altrettanto giusto riconoscere che accanto agli errori esistono competenza, dedizione ed eccellenze che ogni giorno salvano vite, anche di tanti bambini. Non tutto è marcio, non tutto è da buttare. Le responsabilità penali e politiche vanno accertate e perseguite con rigore, ma con la consapevolezza che servono meno parole e più fatti. Perché il diritto alla salute non può restare un principio scritto sulla carta: deve tradursi in scelte concrete, investimenti e riforme capaci di garantire a ogni cittadino, senza distinzioni, cure sicure e dignitose.

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