Torre Annunziata, catturato latitante del clan Gionta: gestiva le alleanze con i Gallo-Cavalieri e i D’Alessandro

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Pasquale Romito
Pasquale Romito

TORRE ANNUNZIATA – Il silenzio dell’alba, in città, non è mai solo assenza di rumore; spesso è un’attesa carica di tensione. Ieri mattina quel silenzio è stato spezzato dal suono secco delle portiere che si chiudono e dal passo rapido dei carabinieri. Per Pasquale Romito, l’uomo che era riuscito a sfuggire alla cattura durante il blitz del 15 luglio, la latitanza è finita qui. Cala così il sipario sulla fuga di quello che gli inquirenti descrivono non come un semplice gregario, ma come il “custode delle chiavi” di Palazzo Fienga, figura ritenuta capace di tenere in piedi l’impalcatura del clan Gionta mentre i capi storici finivano dietro le sbarre. L’operazione dell’estate scorsa aveva infatti colpito duramente i vertici dei Valentini, portando in carcere figure di primo piano come Gemma Donnarumma, moglie del boss fondatore Valentino Gionta, e Gaetano Amoruso. Nonostante questo, il mosaico investigativo presentava ancora alcune tessere mancanti e Romito era considerato una delle più importanti.

Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, Romito avrebbe composto insieme ad Amoruso e Alfredo Savino un vero e proprio direttorio criminale. Non un semplice supporto logistico, ma una funzione di direzione strategica. In una fase di particolare fragilità per il clan, sarebbe stato lui a dettare le linee guida per la sopravvivenza dell’organizzazione, gestire la cassa comune e la spartizione dei proventi del narcotraffico e curare le relazioni esterne, mantenendo canali aperti con i gruppi Gallo-Cavalieri e D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Il profilo che emerge dalle carte giudiziarie non è però soltanto quello di un manager del crimine: gli atti parlano anche di minacce dirette e di una pressione costante sul tessuto economico locale. Tra le accuse figurano episodi di estorsione ai danni di diversi imprenditori, come il titolare di un negozio di abbigliamento sportivo piegato alle richieste del clan e un barista costretto a versare una quota mensile di mille euro sotto lo sguardo di Romito e del suo presunto complice Amedeo Rosario Mas. Il racket, secondo gli investigatori, avrebbe interessato anche uno stabilimento balneare del litorale oplontino, segno di un controllo capillare sulle attività economiche della zona.

Se l’arresto di Romito chiude una delle principali falle aperte dopo il blitz di luglio, il quadro investigativo non è ancora completo. Resta infatti irreperibile Carmine Mariano Savino, indicato come l’ultimo grande latitante dell’operazione. Se Romito viene descritto come la mente gestionale e politica del gruppo, Savino sarebbe invece il braccio armato del sodalizio, l’uomo incaricato delle decisioni più delicate. Nelle informative investigative è indicato come il responsabile della pianificazione degli agguati e delle azioni violente contro eventuali dissidenti o gruppi rivali. La sua latitanza rappresenta dunque l’ultimo tassello di un puzzle che le forze dell’ordine sono determinate a completare.

L’indagine restituisce l’immagine di una camorra oplontina capace di rigenerarsi nonostante i colpi subiti. Un sistema basato su una gerarchia rigida e su sostituzioni rapide, dove ogni arresto viene compensato dall’emergere di nuove figure di comando. Con Romito in manette il clan Gionta perde quello che gli investigatori considerano uno degli uomini chiave dell’organizzazione, il garante della continuità operativa tra la vecchia leadership e le nuove leve. La caccia a Savino prosegue, mentre Torre Annunziata si risveglia con un altro pezzo della struttura criminale che per decenni ha segnato la vita della città finito sotto la lente della giustizia.

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