CASAPESENNA – Ettari ed ettari di terreni intestati a prestanome, ma ritenuti riconducibili alla famiglia mafiosa di Francesco Sandokan Schiavone. Un patrimonio costruito negli anni dal boss, arrestato nel 1998, e portato avanti fino a tempi recenti dai suoi familiari. A ricostruirlo è stata la Procura di Napoli, nell’ambito di un’inchiesta dei carabinieri di Caserta, che ha portato in carcere Antonio e Ivanhoe Schiavone, fratello e figlio del capoclan ergastolano.
Ma i terreni e le aziende agricole non sono solo affare di Sandokan: anche gli Zagaria hanno messo gli occhi su quel business. L’interesse per il settore era già emerso qualche anno fa in un’indagine della guardia di finanza su una masseria al Borgo Appio, finita poi con l’assoluzione di Antonio e Carmine Zagaria – fratelli del padrino Michele – e dei presunti prestanome.
Ora a fornire altri elementi su questa tensione latifondista è Francesco Zagaria, alias Ciccio ’e Brezza, ex affiliato alla cosca di Casapesenna, già condannato per mafia e concorso in omicidio. Di recente gli è stato sospeso il programma di protezione per una vicenda – in cui gli veniva contestata un’ipotesi di estorsione insieme a un suo congiunto – emersa dopo l’avvio della collaborazione con la giustizia e poi archiviata dalla Dda, oltre che per una presunta indisponibilità ad accettare il trasferimento in un sito protetto. Contro quella decisione il suo legale ha presentato ricorso al Tar.
Che cosa racconta Ciccio ’e Brezza? Il collaboratore fa i nomi di imprenditori – alcuni di Brezza, frazione di Grazzanise – che avrebbero gestito terreni e masserie per conto di Antonio Zagaria. E, nel farlo, consegna agli investigatori uno spaccato sulla filiera agricola del clan: spiega come, da uomo dell’organizzazione, avrebbe messo in piedi un sistema illecito per aggirare i controlli sulla brucellosi e salvaguardare il bestiame allevato nelle strutture riconducibili al gruppo.
Francesco Zagaria parla poi dei suoi presunti rapporti con veterinari per i prelievi sanitari sulle bufale. Racconta anche di un collegamento con un laboratorio di analisi di Mondragone, attraverso il quale – secondo il suo racconto – si riusciva a occultare la presenza della brucellosi in molti capi allevati in aziende orbitanti nell’area di influenza del clan. Sono dichiarazioni rese nel 2019 all’Antimafia e riemerse oggi in una nuova attività investigativa dei carabinieri, che nelle scorse settimane aveva portato in carcere, con l’accusa di associazione mafiosa, Antonio Zagaria e il fratello Carmine.
Secondo i pm della Dda Andrea Mancuso e Maurizio Giordano, i due sarebbero oggi al vertice del gruppo, con il supporto del nipote Filippo Capaldo. Quelle misure cautelari sono state poi annullate dal Riesame, che ha rilevato la mancanza di un’autonoma valutazione da parte del gip: non è escluso, quindi, che l’Antimafia possa ripresentare la richiesta.
Parte delle dichiarazioni sul business agricolo e sull’affare brucellosi è stata omissata, cioè coperta dagli inquirenti: un segnale che lascia intuire la possibilità di ulteriori approfondimenti, già in corso o ancora da avviare. Restano, naturalmente, parole di un collaboratore di giustizia, che vanno verificate e riscontrate. Ma indicano una direzione chiara: il tentativo del clan Zagaria di inserirsi nel business agricolo e aggirare i controlli sulla brucellosi.



















