SAN CIPRIANO – Un’assoluzione e tre condanne confermate. La Corte d’appello ha ribadito integralmente il verdetto di primo grado della Corte d’assise di Santa Maria Capua Vetere sul duplice omicidio di Sebastiano Caterino, detto l’evraiuolo, e di Umberto De Falco, uccisi il 31 ottobre 2003 a S. Maria Capua Vetere. Respinti i ricorsi sia della Procura, che puntava a ribaltare l’assoluzione di Corrado De Luca, boss di San Cipriano d’Aversa, sia della difesa dei Moronese. Resta quindi l’assoluzione per De Luca, assistito dall’avvocato Domenico Della Gatta, e le condanne a 28 anni per Sandro e Agostino Moronese e per Raffaelina Nespoli, difesi dagli avvocati Giuseppe Stellato e Paolo Raimondo. La decisione è in linea con la richiesta della Procura generale.
Secondo la Dda, i Moronese avrebbero fornito supporto logistico al commando, mettendo a disposizione per circa due mesi la loro abitazione di Santa Maria Capua Vetere: base operativa per il parcheggio delle auto, il deposito delle armi e l’osservazione della zona. Agostino (figlio di Sandro e Raffaelina) avrebbe anche accompagnato alcuni killer sul terrazzo per individuare la casa della vittima.
L’agguato scattò intorno alle 11.40 in via dei Romani. La Volkswagen Golf Gti con a bordo Caterino e De Falco venne bloccata da due Alfa Romeo. Da una delle vetture il commando aprì il fuoco, esplodendo circa 50 colpi tra proiettili calibro 5,56 e 12. Caterino morì sul colpo, mentre il nipote, gravemente ferito, decedette poche ore dopo in ospedale.
Il delitto si inserisce nelle dinamiche interne al clan dei Casalesi: Caterino sarebbe stato eliminato per aver dato vita a un gruppo autonomo, avviando attività estorsive senza autorizzazione. L’ordine di morte, secondo gli inquirenti, partì dai vertici del clan, tra cui Antonio Iovine, Michele Zagaria, Giuseppe Caterino e Francesco Schiavone Cicciariello. L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Napoli, ha già prodotto condanne definitive in altri filoni, celebrati anche con rito abbreviato, nei confronti di mandanti ed esecutori del raid. Con la sentenza d’appello si consolida il quadro accusatorio già delineato in primo grado, chiudendo un altro capitolo giudiziario su uno degli omicidi più rilevanti nella storia recente del clan dei Casalesi.


















