La cultura della violenza cancella la parola pace

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Parola cancellata
Parola cancellata

Il concetto di “pace” è stato marginalizzato nel dibattito pubblico. Pronunciare questa parola porta spesso al congedo, come se fosse un anacronismo. Questa erosione semantica deriva da una crescente assuefazione alla guerra, che abbiamo imparato a osservare con distacco passivo. I morti e i feriti sono ridotti a statistiche e l’idea stessa di una risoluzione pacifica non è più considerata un’opzione praticabile, ma una semplice utopia.

Una profonda regressione culturale e psicologica ha radicato la convinzione che solo la violenza armata possa risolvere i conflitti e regolare le relazioni internazionali. La giustificazione per la guerra è diventata una costante, vista come un prezzo necessario per una presunta convivenza. A differenza di epoche passate, come gli anni Settanta, dove l’aggressione era talvolta legata a motivazioni ideologiche, la tendenza attuale la considera sia un mezzo che un fine. Questo approccio scavalca il diritto internazionale ed esclude ogni possibilità di negoziato multilaterale non preceduto da un’azione militare.

Ciò segna un’inversione di tendenza rispetto ai progressi del post-Novecento. Durante la Guerra Fredda, l’uso delle armi era confinato alla logica della deterrenza, riassunta dal motto “Si vis pacem, para bellum”. Persino figure come Henry Kissinger, protagonista della politica estera americana, ritenevano la pace un obiettivo imprescindibile della guerra stessa, promuovendo canali di negoziato solidi parallelamente all’azione militare. Ora, invece, è la guerra a essere diventata una condizione duratura e apparentemente senza fine.

Il mondo sta vivendo il numero più alto di conflitti armati dalla fine della Seconda guerra mondiale. In questo nuovo paradigma, sono le armi a dettare la politica, anziché la politica a contemplare l’uso eccezionale della forza militare. Le istituzioni internazionali preposte alla ricerca di soluzioni negoziate sono state private del loro ruolo e della loro funzione, e l’ipotesi di prevenire un conflitto prima che esploda è stata abbandonata.

L’eclissi della parola “pace” si è estesa alle relazioni interpersonali. Il nostro linguaggio quotidiano è diventato bellicoso, carico di insulti e minacce. Il sistema educativo sembra aver rinunciato a questo aspetto formativo, confrontandosi con alunni pronti ad atti aggressivi e genitori che aggrediscono fisicamente gli insegnanti. Media, videogiochi e talk show glorificano spesso la reazione violenta come efficace, mentre il dialogo è percepito come debolezza.

Questa normalizzazione della violenza, sia a livello geopolitico che privato, si adatta a un ego narcisista, incapace di dialogo e refrattario al dubbio. Dati recenti hanno confermato questa torsione culturale. Negli Stati Uniti, un sondaggio ha indicato che circa una persona su cinque ritiene la violenza necessaria per risolvere le divisioni politiche. Un’indagine Istat in Italia ha rivelato tendenze allarmanti tra i giovani (14-19 anni): l’11,1% considera accettabile “uno schiaffo ogni tanto” in una coppia e il 36% approva il controllo costante del partner su cellulare e social. È il volto di una cultura che ha cancellato le parole pace e convivenza.

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