“La spregiudicata familiarità corruttiva di Zannini”: il Riesame conferma l’esilio per il consigliere regionale ‘sospeso’

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Giovanni Zannini, consigliere regionale
Giovanni Zannini, consigliere regionale

CASERTA – Doveva essere la sede per ribaltare (o almeno provarci) la tesi della Procura e dimostrare che la misura cautelare, cioè il divieto di dimora in Campania e nelle regioni confinanti (una sorta di ‘esilio 2.0’), fosse ingiusta. Ed invece il Riesame di Napoli è stato il luogo dove la tesi dell’accusa ha avuto un’altra conferma.

Parliamo del caso del mondragonese Giovanni Zannini, il consigliere regionale ‘sospeso’, ex deluchiano e ora in Forza Italia, che risponde di truffa, falso e corruzione. Contestazioni formalizzate nell’inchiesta sul finanziamento milionario intercettato da Spinosa, società dei Griffo, per realizzare un mega caseificio a Cancello ed Arnone. Zannini, stando alla tesi del pm Giacomo Urbano, si sarebbe prodigato per far sì che la società non perdesse quel finanziamento, nonostante ci fossero degli errori nella procedura, in particolare l’esigenza della Vinca, certificazione che deve arrivare prima della costruzione e invece, hanno accertato i carabinieri del Nucleo investigativo di Aversa, quella struttura era già stata messa in piedi.

In cambio dell’impegno per superare questi ostacoli, Zannini sarebbe stato ‘ripagato’ dai Griffo con una vacanza su uno yacht a Capri, vacanza che il politico ha saldato solo diversi giorni dopo, quando, sostiene l’accusa, aveva capito che c’era un’indagine sul suo conto. Sostanzialmente, la decima sezione (collegio B) presieduta da Anna Elisa De Tollis ha confermato questo impianto tracciato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata da Pierpaolo Bruni, e nei giorni scorsi ha reso note anche le motivazioni alla base della misura cautelare per Zannini. Per i giudici, gli elementi raccolti indicano una “spregiudicata familiarità corruttiva nell’esercizio delle funzioni pubbliche che il ricorrente non esita a strumentalizzare per proprio privato tornaconto”.

E ne è esempio, sottolinea la terna di togati partenopei, la circostanza che, nonostante la consapevolezza delle indagini acquisita in occasione dello sbarco dalla gita a Capri, l’impegno che Zannini aveva con i Griffo è stato mantenuto. Altro aspetto importante per i giudici sono i tentativi dei ricorrenti “di condizionare le indagini in corso, avvicinando testimoni ed avvalendosi delle captazioni in corso di cui erano assolutamente consapevoli, per la surrettizia precostituzione di elementi a propria discolpa, dimostrandosi ancora una volta il legame di perduranti cointeressenze tra di loro”.

Se il mondragonese avesse lasciato il ruolo di consigliere regionale, verosimilmente i giudici, in termini cautelari, avrebbero dato una valutazione diversa. Il Riesame, infatti, dà peso al fatto che il suo ruolo politico non è decaduto e che potrebbe reiterare, sia pure in altri contesti, analoghe condotte antigiuridiche (come quelle contestate nel caso Spinosa). E invece, come è noto, Zannini non si è dimesso: è ancora detentore di un seggio in consiglio regionale, attualmente occupato da Angela Parente.

Il lavoro dei carabinieri che ha fatto scattare la misura cautelare per Zannini è stato in grado di far emergere quella che il Riesame definisce una “fitta rete di relazioni sociali acquisite” dal politico “negli anni, anche con altri consiglieri, dirigenti e amministratori locali”, circostanze “che non tranquillizzano affatto sull’impossibilità di riproduzione di analoghi schemi operativi illeciti”.

In quella rete emersa, gli investigatori hanno inserito anche uno degli ingranaggi principali della giunta di Vincenzo De Luca. Ci si riferisce al vicepresidente Fulvio Bonavitacola. Chiariamolo subito: è estraneo all’inchiesta su Zannini, non è indagato, ma il mondragonese lo aveva coinvolto per provare a risolvere il problema della Vinca.

La Procura, tra intercettazioni e dichiarazioni di testimoni, ha ricostruito un incontro del 27 luglio 2023 a Napoli, proprio nell’ufficio di Bonavitacola, dove c’erano Zannini, Simona Brancaccio e Nevia Carotenuto, funzionarie dell’ufficio Strategie Valutazioni ambientali. Le due, che si sono sempre opposte alle richieste di bypassare la Vinca, hanno raccontato che, al termine di una riunione indetta per altri motivi, Bonavitacola “fece trovare seduto sul divano Zannini”.

La Brancaccio – lo ha riferito lei stessa al pm – ebbe uno scambio di battute circa la capacità produttiva del caseificio Spinosa, secondo il consigliere attestata sotto le 100mila tonnellate e quindi non assoggettabile a Via. La Brancaccio ha affermato di aver ribadito in quella occasione a Zannini che, al netto della Via, ottenibile anche dopo la costruzione, era ugualmente necessaria la Vinca.

Prima ancora Zannini, da presidente della commissione Ambiente, potendo interloquire con Bonavitacola, che era assessore all’Ambiente, fece avere all’ufficio una nota “suggerita” da Bonavitacola. Ad ogni modo, visto il muro degli uffici che volevano rispettare le regole, allora arriva la strategia di bypassare la Regione facendo transitare le competenze ad altra commissione ambiente, e cioè a quella di Castel del Matese, comune guidato da Salvatore Montone. Un passaggio reso possibile dalla precedente convenzione tra Cancello ed Arnone, dove insiste la struttura di Spinosa, e appunto Castel del Matese affinché la richiesta potesse essere gestita dal comune matesino.

È in questo contesto che il Riesame evidenzia anche il collegamento che Zannini fa tra Luigi Griffo, uno dei patron della società Spinosa, con Montone, soggetto, dicono i giudici, “che a sua volta eserciterà pressioni e solleciti presso il presidente della commissione Vinca di Castel del Matese”. L’incontro tra il sindaco di Castel del Matese e Zannini avrebbe avuto luogo nel centro commerciale ‘L’Elefantino’ e qui il mondragonese avrebbe presentato Griffo a Montone.

Se il Riesame ha confermato la misura cautelare per Zannini, che ora si trova a Roccaraso, l’ha invece annullata per Luigi e Paolo Griffo, i patron di Spinosa, che rispondono anche loro di corruzione, falso e truffa. Logicamente gli inquisiti sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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