I soldi del clan nascosti in casa. Scalzone nella rete dei Casalesi

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Mario Iavarazzo e Luigi Scalzone
Mario Iavarazzo e Luigi Scalzone

CASAL DI PRINCIPE – “Metteva a disposizione la sua abitazione per custodire i soldi destinati agli affiliati”. È uno dei passaggi ritenuti significativi dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, riferito dal collaboratore di giustizia Mario Iavarazzo, che colloca Luigi Scalzone all’interno del circuito economico e operativo legato ai Casalesi. Scalzone, genero di Dante Apicella, alias Damigiana, imprenditore già condannato per mafia nel processo Spartacus e nel 2022 tornato al centro di un’accusa di intraneità al clan, viene descritto dagli investigatori e dal pentito come soggetto formalmente impegnato in attività lavorative, ma di fatto inserito in un contesto ben più ampio.

Quando i pm mostrano la foto di Scalzone a Iavarazzo, il collaboratore racconta che il giovane si rivolse a lui perché alcuni imprenditori di San Cipriano d’Aversa non avevano saldato una fornitura di porfido. In sostanza, Scalzone lo avrebbe coinvolto per risolvere la questione, ma il pentito ha riferito ai magistrati di aver fatto presente al giovane che il suocero, ovvero Dante Apicella, aveva la forza per intervenire sulla vicenda.

Il passaggio centrale, però, riguarda il periodo tra il 2009 e il 2011. È qui che il collaboratore colloca il ruolo di Scalzone, indicandolo come soggetto disponibile a nascondere nella propria abitazione somme di denaro destinate agli affiliati del clan. Non solo: Iavarazzo sottolinea come Scalzone fosse “consapevole” sia dell’affiliazione al gruppo criminale, sia della provenienza e della destinazione delle somme, un elemento che, per i giudici, assume un peso decisivo nella valutazione della sua posizione.

Secondo quanto riportato, tale disponibilità non sarebbe stata gratuita. Il collaboratore riferisce infatti di piccoli compensi o benefici ricevuti da Scalzone, spesso utilizzati per esigenze personali, anche per coprire debiti di gioco. Un dettaglio che contribuisce a delineare un rapporto non occasionale, ma strutturato e consapevole.

Questo racconto si inserisce in un quadro più ampio tracciato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che individua in Scalzone una figura non apicale ma funzionale al sistema economico riconducibile al clan. Gli atti evidenziano infatti come, a fronte di una capacità reddituale definita modesta, lo stesso sia stato coinvolto in diverse attività imprenditoriali, alcune delle quali ritenute prive di reale giustificazione economica.

Tra queste viene richiamata anche la costituzione della società “White Stone srl”, avvenuta nel 2018, in un contesto in cui — sottolineano i giudici — Scalzone non avrebbe avuto adeguate risorse economiche proprie. Un elemento che alimenta il sospetto di un utilizzo delle attività imprenditoriali come strumento di reimpiego di capitali di provenienza illecita.

Ulteriori riscontri arrivano dalle intercettazioni, nelle quali lo stesso Scalzone ammette di non essere il reale titolare delle somme movimentate, spiegando che solo una parte dei guadagni gli spettava, mentre il resto era riconducibile ad altri soggetti. Dichiarazioni che, per il Tribunale, confermano il suo ruolo di intestatario formale e di gestore operativo di attività in realtà riconducibili al suocero Dante Apicella.

Le conversazioni intercettate evidenziano inoltre come Scalzone si rivolgesse ad Apicella per ottenere indicazioni su pagamenti, forniture e rapporti con altri imprenditori, confermando una gestione accentrata delle attività economiche. Non a caso, i giudici parlano di una “totale ingerenza” di Apicella nelle iniziative imprenditoriali formalmente riconducibili al genero.

Nel complesso, il Tribunale ritiene che il contributo fornito da Scalzone sia stato cosciente e volontario, finalizzato al perseguimento degli scopi del sodalizio. Un ruolo che, pur privo di connotazioni di vertice, viene ritenuto stabile e funzionale al rafforzamento delle capacità economiche del gruppo.

Proprio alla luce di questi elementi, il Tribunale ha ritenuto sussistenti i presupposti per l’applicazione della misura di prevenzione, evidenziando una pericolosità sociale attuale e un inserimento non occasionale nel circuito economico riconducibile al clan dei Casalesi. Nell’ambito di questo provvedimento, è stato disposto il sequestro delle società 2C Stone, White Stone e Cedap, oltre a immobili, autovetture e conti riconducibili ad Apicella e a Scalzone per un valore di circa due milioni di euro.

L’inchiesta che ha fatto scattare la misura di prevenzione ha già determinato una condanna in primo grado per Apicella, giudicato con rito abbreviato a un anno e mezzo nell’ottobre 2023. Scalzone è invece a processo con rito ordinario dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Ad assisterli i legali Carlo De Stavola e Ferdinando Letizia.

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