Italia: burocrazia blocca 200 gigawatt di rinnovabili

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burocrazia energetica
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Nel 2023 in Italia sono stati installati circa 7 gigawatt di nuovi impianti da fonti rinnovabili, un dato pressoché identico a quello dell’anno precedente. Nei primi mesi del 2024, il ritmo non è cambiato, con un’aggiunta di soli 1,68 gigawatt. Questa velocità è del tutto inadeguata per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale energia e clima, che impone l’installazione di 50 gigawatt entro il 2030. Per rispettare la tabella di marcia, servirebbero almeno 10 gigawatt aggiuntivi ogni anno.

La lentezza non dipende dalla volontà degli operatori del settore. Al contrario, le aziende continuano a presentare progetti, tanto che la capacità in attesa di approvazione ha raggiunto la cifra record di 200 gigawatt, di cui 130 di fotovoltaico e 70 di eolico. I progetti sono fermi a causa di due ostacoli principali: la burocrazia autorizzativa e l’incertezza normativa sugli incentivi.

Il primo problema riguarda i tempi e le modalità con cui le Regioni stanno applicando le direttive nazionali sulle cosiddette “Aree Idonee”. Dopo un lungo scontro legale e politico, che ha visto il governo prima bloccare gli impianti sui terreni agricoli e poi correggere il tiro dopo un ricorso al Tar, la responsabilità è ora nelle mani delle amministrazioni locali. Queste, però, stanno introducendo ulteriori restrizioni. La Puglia, ad esempio, ha inserito vincoli su terreni con produzioni agricole di qualità, mentre l’Emilia-Romagna e la Lombardia stanno adottando interpretazioni restrittive. Il caso più eclatante è quello della Sardegna, che con una legge regionale ha reso idoneo solo l’1% del suo territorio, una norma prontamente impugnata dal governo centrale.

Questi ritardi burocratici hanno un costo concreto: il processo autorizzativo incide per il 20-30% sul costo finale di un impianto, un onere che si trasferisce direttamente sulla bolletta dei consumatori. La difficoltà è tale che, in media, solo un progetto su dieci riesce a vedere la luce. Un sistema di permessi più efficiente ridurrebbe drasticamente sia i costi sia il numero di progetti speculativi presentati.

Il secondo freno è la mancanza di strumenti regolatori certi che garantiscano la sostenibilità economica degli investimenti. Meccanismi come i decreti per gli incentivi (noti come “FerX”) o le procedure per la cessione di energia a prezzo calmierato (“Energy Release”) sono fondamentali per rendere i progetti finanziabili dalle banche. Attualmente, i tempi per l’elaborazione, l’approvazione e l’entrata in vigore di questi strumenti sono eccessivamente lunghi.

Il Ministero dell’Ambiente sta lavorando a un nuovo decreto incentivi da notificare a Bruxelles, ma l’industria chiede tempi rapidi e una pianificazione chiara delle aste di assegnazione. Dall’assegnazione di un incentivo alla costruzione effettiva di un impianto passano infatti almeno due anni, un tempo che l’Italia non può più permettersi di perdere se vuole concretizzare la propria transizione energetica.

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