SANTA MARIA CAPUA VETERE – Ci sono sere in cui il silenzio di una piazza non è pace, ma attesa. E ci sono luoghi, come piazza Mazzini, che dovrebbero essere il cuore pulsante del passeggio e che invece, nella tarda serata del 3 ottobre scorso, si sono trasformati nel teatro di un incubo a volto scoperto. Un incubo fatto di quattro ombre, un coltello a scatto e il respiro affannato di un diciassettenne che cercava solo di tornare a casa.
Erano circa le 22:30. Il ragazzo, un giovane straniero ospite di una comunità per minori non accompagnati – uno di quelli che la cronaca definirebbe “invisibili” finché non diventano vittime – pedalava sulla sua bicicletta elettrica. Non sapeva di essere nel mirino. I quattro aggressori, tutti giovanissimi tra i 18 e i 20 anni, non hanno usato giri di parole. Lo hanno accerchiato con la precisione di un branco esperto. Uno di loro ha tirato fuori un coltello a scatto: uno scatto secco, metallico, che nel vuoto della piazza deve essere suonato come una condanna. La lama puntata dritta al collo, l’ordine imperativo di consegnare il mezzo.
Il 17enne ha provato a resistere, a difendere quel piccolo pezzo di autonomia su due ruote. Ma la violenza non ha atteso: è stato afferrato alle spalle, bloccato, scaraventato a terra e colpito mentre i suoi aguzzini cercavano di soffocarne ogni reazione. Il destino, però, quella sera aveva la divisa dei carabinieri della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere. Mentre la rapina si stava consumando, una pattuglia dell’Arma è comparsa quasi per incanto tra le strade che cingono la piazza. È bastato il riflesso dei fari, il rumore del motore: la spavalderia del gruppo si è sciolta istantaneamente nel panico. Gli aggressori hanno abbandonato la preda e la bicicletta, dileguandosi nell’oscurità delle vie adiacenti. Un recupero lampo: il mezzo è tornato al legittimo proprietario, ma il trauma era ormai impresso.
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e condotte dai militari della stazione di San Prisco, hanno scavato nel sottobosco della microcriminalità locale. Non è stato difficile dare un nome a quei volti. Tra i quattro, è emerso un profilo inquietante: uno dei giovani si era già “distinto” poche settimane prima, nella notte tra il 21 e il 22 settembre. Non una rapina, allora, ma un atto di puro vandalismo contro la storia: lo sfregio al monumento garibaldino nella villa comunale. Un gesto non solo compiuto, ma ostentato. Le immagini dello scempio erano finite sui social, una firma digitale di ribellione senza causa che oggi è diventata una prova contro di lui.
Ieri, la parola “fine” (almeno per questa fase) è arrivata con l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip. Per i quattro giovani si sono aperte le porte del penitenziario. Resta però l’amaro in bocca per una vicenda che unisce l’aggressione a un minore vulnerabile e il disprezzo per il bene comune. Un mix di violenza e narcisismo digitale che la magistratura dovrà ora vagliare nelle aule di tribunale, fermo restando il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Per ora, a Santa Maria Capua Vetere, torna a regnare il silenzio. Ma stavolta, è il silenzio della giustizia che fa il suo corso.











