SORRENTO – Il “Sistema Sorrento” non era solo un ufficio decentrato del malaffare, ma una vera e propria architettura del privilegio, dove i diritti dei cittadini venivano sminuzzati e venduti come merce di scambio in luoghi decisamente poco istituzionali. L’ultima scossa sismica giudiziaria, scatenata dalla guardia di finanza di Massa Lubrense e dalla Procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso e Giuliano Schioppi, ha portato al collasso un altro pilastro di quella che gli inquirenti definiscono la fabbrica della corruzione dell’era dell’ex sindaco Massimo Coppola (già in carcere). Un mese dopo gli interrogatori preventivi, è scattato un nuovo blitz.
Tra i sette arresti domiciliari e i divieti di dimora notificati ieri, emerge l’immagine quasi cinematografica dell’86enne Giovanni Coppola, noto come “il barbiere”, e dell’ex consigliere comunale Vincenzo Sorrentino che, nel buio del parcheggio dell’Hotel Gardenia, tessevano le fila di un concorso truccato per blindare l’assunzione di Marco De Martino, il funzionario amministrativo finito anch’egli ai domiciliari insieme alla dirigente comunale Mariagrazia Caiazzo.
È un’inchiesta che profuma di banconote nascoste e segreti inconfessabili, come i quasi 171mila euro scovati dal fiuto infallibile del cane Gringo, che ha stanato il tesoro di Raffaele Guida (già ai domiciliari), alias “Lello il Sensitivo”, di Santa Maria a Vico, occultato dentro un tavolo da biliardo. Quei soldi sono stati sequestrati insieme ai 200mila euro riconducibili all’ex sindaco Massimo Coppola: entrambi, pur restando ai domiciliari per il filone principale, rimangono i perni di una gestione pubblica che aveva smarrito ogni bussola etica.
Il fango del sistema ha sporcato ogni settore, portando all’arresto ai domiciliari dei vertici della comunicazione e del giornalismo locale, come Antonio Gnassi, Giuseppe Razzano (imprenditore e politico di Maddaloni nonché ex portavoce dell’europarlamentare Pina Picierno) della ditta “Comunicando” e Raffaele Guarino della “Kidea”, accusati di aver trasformato la promozione del brand Sorrento in un affare riservato per le associazioni vicine alla giunta.
Nemmeno la passione sportiva dei tifosi è stata risparmiata. La riqualificazione del Campo Italia è finita al centro di un vortice di interessi che ha visto l’ingegnere Gennaro “Zè Zè” Esposito colpito dal divieto di dimora in Campania, mentre il rappresentante legale dell’impresa che gestiva il Teatro Tasso, Raffaele Nitti, ha subito la stessa misura cautelare per le ombre sulla conduzione della storica struttura culturale.
Non si trattava di episodi isolati, ma di un vero e proprio spartito suonato da un’orchestra di pubblici ufficiali e faccendieri che, secondo il gip Maria Concetta Criscuolo, avevano trasformato la collusione in una prassi professionale costante. Tutto era cominciato con la denuncia coraggiosa del consigliere Ivan Gargiulo, un granello di sabbia che ha bloccato gli ingranaggi di un potere che si credeva eterno e che ora vede calare il sipario su una delle stagioni più buie della Penisola Sorrentina.











