Aldair: “Lasciare la Roma per me è stato un lutto”

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Cronache sport calcio
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Sessant’anni e un docufilm celebrativo, “Aldair, cuore giallorosso”, in uscita nelle sale. In una lunga intervista, l’ex difensore brasiliano ha ripercorso le tappe di una carriera indissolubilmente legata alla Roma, svelando aneddoti e retroscena.

Il racconto ha avuto inizio dal Brasile, a Ilhéus, dove un giovane Aldair ha mosso i primi passi su un campetto vicino casa. “Giocavo scalzo, ho messo i primi scarpini a dieci anni”, ha ricordato, sottolineando come quella pratica abbia forse contribuito a sviluppare la sua sensibilità tecnica. Dopo essere cresciuto nel Flamengo al fianco di campioni come Zico e Junior, è approdato nella Capitale.

L’impatto con il calcio italiano non è stato semplice. “Per capire Roma ci ho messo tre anni”, ha ammesso Aldair. Arrivato dopo la finale di Champions persa, si è trovato in un campionato con soli tre stranieri per squadra. La società si aspettava un marcatore puro, ma lui amava impostare l’azione uscendo palla al piede, uno stile che ha mantenuto per tutta la carriera, facendo talvolta “impazzire” i suoi allenatori.

Nei suoi tredici anni in giallorosso, non sono mancati i momenti curiosi. Ha raccontato di quando Vujadin Boskov lo chiamava ‘biondino’ senza un apparente motivo e ha smentito le voci di liti con Zdeněk Zeman, chiarendo che si trattava solo di divergenze tattiche sulla sua posizione in campo. Ha anche ricordato un raro screzio con il capitano Giuseppe Giannini, a cui non piacevano i suoi lanci lunghi d’esterno. “Del calcio mi manca lo spogliatoio, non certo i ritiri”, ha confessato.

La fedeltà ai colori giallorossi è stata una costante. Aldair ha confermato di aver ricevuto e rifiutato una ricca offerta dalla Lazio di Sergio Cragnotti. “Non avrei mai potuto tradire la Roma”, ha dichiarato, spiegando di aver respinto anche altre proposte da diversi club per rimanere nella Capitale.

Il momento più difficile è stato l’addio. “Per me l’ultima partita con la Roma è stata la fine del calcio. È stato un lutto, il passaggio più duro della carriera”, ha affermato, descrivendo il suo addio all’Olimpico come un momento doloroso, nonostante avesse già 37 anni. La successiva esperienza al Genoa non ha avuto lo stesso sapore.

Tra le gioie più grandi, spicca la vittoria del Mondiale del 1994 con il Brasile, un trionfo che ha portato a intitolargli la via dove è nato, un onore raro per una persona ancora in vita. Interrogato sul derby, ha indicato quello vinto 3-0 con Mazzone come il più bello e la serie di quattro sconfitte consecutive come il momento più buio, definendo Alen Bokšić l’attaccante laziale più difficile da marcare.

Infine, un pensiero sulla Roma attuale, elogiando l’allenatore e l’importanza della fiducia concessagli dalla società. Ha tracciato un parallelo con il primo anno di Fabio Capello, che dopo alcune difficoltà iniziali e acquisti mirati ha poi condotto la squadra allo scudetto.

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