ARZANO – Ad Arzano non servivano pistole puntate o pestaggi in strada. Bastava un cognome, un’appartenenza, un sistema criminale radicato da anni nel tessuto della città. Bastava far capire da chi arrivava quella richiesta di denaro perché commercianti, imprenditori e titolari di attività consegnassero i soldi senza opporre resistenza. Era il “metodo” imposto dal boss Giuseppe Monfregolo, un sistema estorsivo silenzioso ma feroce, che secondo gli investigatori aveva riportato paura e assoggettamento nelle strade di Arzano.
A ricostruire dall’interno il funzionamento della macchina del racket è stato Gennaro Salvati, giovane affiliato diventato collaboratore di giustizia e considerato dagli inquirenti una fonte decisiva per decifrare il nuovo assetto del clan della 167. I suoi verbali, consegnati alla Direzione distrettuale antimafia, hanno aperto uno squarcio su un’organizzazione che avrebbe continuato a imporre il pizzo con regolarità quasi aziendale, attraverso liste, scadenze mensili e una rete di vittime costrette a pagare per poter lavorare senza problemi.
Le sue dichiarazioni sono riportate nell’ordinanza eseguita una dozzina di giorni fa nei confronti di 17 persone ritenute, a vario titolo, partecipi alla cosca. Salvati ha raccontato mesi di riscossioni, visite ai negozi e consegne di denaro. Nel suo elenco compaiono un ristorante, una pizzeria, una sala scommesse, un garage, un’officina meccanica e perfino un caseificio. Attività diverse, accomunate dalla stessa paura. Nessuna ribellione, nessuna denuncia immediata. Solo il peso di una presenza criminale che, secondo il racconto del pentito, era sufficiente a convincere tutti a pagare.
Davanti ai magistrati della Dda, il 23enne ha spiegato di aver iniziato a occuparsi direttamente delle estorsioni tra ottobre e novembre del 2025, dopo l’allontanamento da Arzano di altri affiliati. “Ho iniziato a occuparmi delle estorsioni per conto del clan dal mese di ottobre/novembre 2025, prendendo il posto di Mattia Rea, dopo che lui e Sasi Romano furono cacciati su ordine di Caiazza da Arzano”, ha raccontato ai pm.
Un sistema organizzato nei minimi dettagli. Secondo quanto riferito dal collaboratore, esisteva una vera e propria lista delle vittime del racket. Un elenco custodito dai vertici del clan e utilizzato per monitorare le riscossioni. “Esisteva una lista in cui erano indicate tutte le vittime di estorsione, quella lista era in possesso di Caiazza e io ne avevo una foto sul cellulare, che mi è stato sequestrato”, ha dichiarato.
Le riscossioni avvenivano ogni mese, sempre negli stessi giorni, quasi come una scadenza fiscale imposta dalla camorra. Salvati ha raccontato di muoversi spesso insieme a un altro affiliato, passando da un’attività commerciale all’altra tra il 25 e il 28 del mese. “Nella maggior parte dei casi andavo con Olivello a fare le estorsioni, andavamo dalle vittime a prendere i soldi tutti i mesi”, ha spiegato.
Dal gennaio 2026 il giro si sarebbe ulteriormente allargato. Nuove attività sarebbero finite nel circuito del pizzo: tabaccherie, officine e altri esercizi commerciali. Il collaboratore ha riferito che gli incassi oscillavano tra i 7mila e i 7mila e 500 euro al mese. Soldi che, una volta raccolti, venivano consegnati ai referenti del gruppo criminale.
L’aspetto più inquietante del racconto riguarda però proprio il metodo utilizzato. Nessuna aggressione plateale. Nessuna minaccia urlata davanti ai clienti. Il clan, secondo gli investigatori, puntava sulla forza del proprio nome e sulla reputazione costruita negli anni. “Non ho mai usato violenza contro le vittime di estorsione perché hanno sempre pagato, era un sistema creato da Peppe Monfregolo, che era esistente e consolidato da anni”, ha messo a verbale Salvati.










