CASAPESENNA – Ufficialmente avrebbero avuto poco o nulla, o comunque disponibilità incompatibili con investimenti milionari. Eppure, secondo i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, Antonio e Carmine Zagaria si sarebbero mossi come imprenditori capaci di valutare operazioni economiche di enorme portata, contando su capitali che i militari ritengono riconducibili al clan dei Casalesi.
È uno dei passaggi della recente inchiesta sulla cosca di Casapesenna, che ha coinvolto 43 persone. Un’indagine che lo scorso marzo aveva riportato in carcere, ma per pochi giorni, anche Antonio e Carmine Zagaria, fratelli del boss Michele Capastorta, al 41 bis da 15 anni. I due sono poi tornati liberi dopo la decisione del Riesame, che ha annullato le misure evidenziando criticità nell’ordinanza, ritenuta troppo aderente alla richiesta della Dda.
Tra gli affari riconducibili, secondo gli investigatori, ai fratelli Zagaria spunta anche una trattativa per l’acquisto di un’azienda bufalina di Cancello ed Arnone, dal valore di circa 2,2 milioni di euro. Una struttura composta da 16 moggi di terreno: cinque destinati all’azienda vera e propria, con stalla e impianti, e altri undici riservati al pascolo e alla coltivazione. Un complesso che, secondo quanto emerge dagli atti, poteva ospitare fino a 700 bufale ed era già locato per 4mila euro al mese.
La vicenda nasce da una conversazione del 5 maggio 2022, registrata all’interno di un’attività commerciale. A parlare sono Antonio Zagaria e il titolare di quell’azienda. Il tono, per gli investigatori, non sarebbe quello di una semplice curiosità. Antonio mostra interesse concreto per l’azienda, chiede dove si trovi, quanta terra comprenda, quale sia il prezzo e quali siano le condizioni dell’eventuale cessione. “Io sto parlando serio”, dice in sostanza all’interlocutore, mentre manifesta anche l’intenzione di coinvolgere il fratello Carmine, ritenuto più esperto del settore, per visionare la struttura.
Nel dialogo emerge anche la possibile formula dell’operazione: non un acquisto immediato, ma un fitto con diritto di riscatto. Il proprietario riferisce che l’azienda è affittata e che il canone, pari a 4mila euro mensili, serve a coprire il mutuo. Antonio Zagaria replica che avrebbe potuto prenderla lui in fitto, per poi eventualmente acquistarla. L’obiettivo finale, secondo la lettura dei carabinieri, sarebbe stato proprio quello: entrare nella disponibilità della masseria e trasformare capitali occulti in un investimento formalmente lecito.
Il valore dell’azienda era stato fissato, due anni prima, da una valutazione tecnica di un ingegnere di Cancello ed Arnone. La stima era di 2,2 milioni di euro. Il titolare della struttura racconta ad Antonio Zagaria che una precedente trattativa era partita da un accordo verbale attorno a 1,8 milioni, poi saltato quando il possibile acquirente aveva abbassato l’offerta a 1,5 milioni, cifra ritenuta non adeguata.
La conversazione si chiude con Antonio Zagaria che prende nota del nome e del numero di telefono dell’imprenditore agricolo, annotando il riferimento all’azienda bufalina per non dimenticare l’affare. L’intenzione, secondo gli investigatori, era quella di fissare un appuntamento a Cancello ed Arnone per visionare l’immobile e proseguire la trattativa. L’operazione, però, non avrebbe avuto seguito per la morte improvvisa dell’imprenditore, avvenuta poche settimane dopo mentre stava lavorando in un campo agricolo nell’area matesina.
Per i carabinieri, la vicenda resta comunque significativa. Non solo per il valore dell’affare, ma per ciò che rivelerebbe sulla disponibilità economica degli Zagaria. Negli atti gli investigatori sottolineano che si trattava di una somma cospicua di cui i due non avrebbero potuto disporre lecitamente. La disponibilità immediata a valutare un investimento di quel livello, secondo la ricostruzione accusatoria, dimostrerebbe invece l’esistenza di capitali illeciti ancora nella disponibilità della cosca di Casapesenna, da reinvestire in attività agricole, commerciali e imprenditoriali apparentemente regolari.
È questo, per gli inquirenti, il punto centrale: non solo il controllo criminale del territorio, ma la capacità di muovere denaro, acquistare terreni, aziende e strutture produttive, anche attraverso terze persone compiacenti. Un sistema che, secondo Dda e carabinieri, avrebbe consentito ai fratelli Zagaria di continuare a incidere sugli affari del clan pur restando formalmente uomini liberi e, almeno sulla carta, senza disponibilità economiche compatibili con operazioni milionarie.
Per tutti gli indagati resta ferma la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.













