Un bambino definito ‘plusdotato’ (o ‘gifted’) possiede abilità e talenti notevolmente superiori alla media dei suoi coetanei. Si stima che questa condizione riguardi circa il 5% della popolazione infantile e rappresenta un potenziale che, se non compreso, rischia di essere sprecato.
È fondamentale chiarire che non si tratta di piccoli geni o fenomeni da laboratorio, ma di individui che, grazie a un quoziente intellettivo elevato e a un’intensa sete di conoscenza, anticipano le naturali tappe dello sviluppo cognitivo.
Riconoscere un alto potenziale non è sempre immediato, ma esistono alcuni indicatori comportamentali e cognitivi piuttosto chiari. Tra i segni più comuni si osservano un apprendimento molto rapido che richiede poche ripetizioni e lo sviluppo di un linguaggio precoce o particolarmente ricco per l’età.
Questi bambini manifestano spesso una curiosità intensa, ponendo domande complesse su argomenti astratti, e sono dotati di una memoria eccezionale per fatti, eventi o dettagli. Le loro capacità di ragionamento e pianificazione appaiono molto più avanzate rispetto a quelle dei loro pari.
Altri segnali includono un forte interesse per temi specifici, che approfondiscono in modo autonomo, e una spiccata sensibilità emotiva o empatia. Sul piano sociale, tendono a preferire la compagnia di bambini più grandi o degli adulti e possono annoiarsi facilmente durante attività percepite come troppo semplici o ripetitive.
Le origini della plusdotazione sono state oggetto di numerosi studi. Una recente revisione sistematica del 2024, che ha analizzato 104 ricerche su oltre 77.000 bambini, ha confermato che i soggetti plusdotati mostrano prestazioni superiori in aree come la memoria di lavoro verbale, la flessibilità cognitiva e la velocità di elaborazione delle informazioni.
Dal punto di vista neurofisiologico, alcune ricerche indicano un’attività cerebrale più efficiente durante l’esecuzione di compiti cognitivamente impegnativi. La domanda che molti genitori si pongono riguarda il fattore ereditario, ma la risposta è complessa.
La causa principale è stata individuata nella genetica. Tuttavia, non esiste un singolo gene “responsabile”, ma una complessa combinazione di varianti genetiche che può produrre livelli cognitivi superiori anche a quelli dei singoli genitori. Anche persone non identificate come plusdotate possono essere portatrici e trasmettere queste varianti favorevoli.
Rivolgersi a un centro specializzato è un passo cruciale per ottenere un quadro chiaro. Una valutazione professionale aiuta a confermare la plusdotazione, distinguendola da un semplice sviluppo precoce, e a identificare punti di forza e aree di fragilità.
L’analisi permette anche di distinguere l’alto potenziale da condizioni con cui può essere confuso o coesistere, come il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), l’autismo o i disturbi specifici dell’apprendimento. L’obiettivo non è applicare un’etichetta, ma ottenere un profilo di funzionamento completo.
I centri più qualificati, infatti, non si limitano a misurare il quoziente intellettivo (QI), ma integrano la valutazione con l’analisi degli aspetti emotivi, motivazionali e relazionali. Il percorso inizia solitamente con un colloquio con la famiglia per poi, se necessario, procedere con test cognitivi e comportamentali approfonditi.














