Un disegno di legge approvato al Senato, noto ai critici come “DDL sparatutto”, ha acceso un aspro dibattito in Italia. La proposta mira a modificare radicalmente la legge sulla caccia, ridefinendola non più come attività ricreativa, ma come strumento di “gestione della biodiversità”. Di conseguenza, i cacciatori verrebbero elevati al ruolo di “bioregolatori”.
Secondo le associazioni ambientaliste, come WWF e Legambiente, questa trasformazione è pericolosa e fuorviante. La prima distinzione da fare, hanno spiegato gli esperti, è tra caccia e controllo faunistico. Il controllo è un’attività di interesse pubblico, basata su dati e monitoraggi scientifici, che serve a risolvere problemi specifici, come la presenza di specie aliene invasive o l’eccessiva diffusione di alcune popolazioni.
La caccia, al contrario, è un’attività ludico-sportiva regolata da calendari e quote di prelievo, il cui obiettivo primario è il divertimento del praticante. Gli scopi delle due attività possono addirittura entrare in conflitto. Se un piano di controllo mira a ridurre drasticamente una specie problematica, il mondo venatorio potrebbe avere l’interesse opposto: mantenere una popolazione sufficientemente numerosa per garantire le battute future.
Il caso del cinghiale è emblematico. Usato come argomento principale per giustificare la riforma, dimostra in realtà i limiti di questo approccio. “I dati dimostrano che aver lasciato il cinghiale come specie cacciabile per quasi 12 mesi l’anno non è servito a niente: i numeri non sono diminuiti”, ha affermato Antonino Morabito di Legambiente. Se l’obiettivo era ridurne il numero e ciò non è avvenuto, non si può presentare lo stesso metodo come una soluzione scientifica.
Il punto cruciale contestato dagli esperti è il salto logico per cui un cacciatore, solo perché frequenta la natura, possa essere considerato un esperto. “Sarebbe come dire che la gestione delle sale operatorie passa al personale delle pulizie perché conosce bene l’ospedale”, ha provocatoriamente aggiunto Morabito. Essere un “bioregolatore” richiede competenze ecologiche e scientifiche che non si acquisiscono con il solo possesso di un fucile.
Il fucile può essere uno strumento esecutivo, ma la gestione della fauna selvatica è una disciplina complessa. Questa riforma, secondo i critici, opera soprattutto a livello semantico. Cambiare le parole, presentando la caccia come tutela ambientale, serve a legittimare un suo possibile ampliamento, mascherando un conflitto di interessi.
Allora i cacciatori non servono? La risposta è più sfumata. Possono essere coinvolti in operazioni di controllo, ma come personale formato ed esecutore di un piano deciso da enti pubblici e scienziati. In quel caso, non agiscono “in quanto cacciatori”, ma come operatori autorizzati con finalità pubbliche. “Quella non è caccia, è controllo”, ha precisato Domenico Aiello del WWF.
In conclusione, una legge può cambiare il nome delle cose, ma non la loro sostanza. La tutela della biodiversità non si ottiene con slogan politici, ma con scienza, dati e interventi mirati nell’interesse della collettività. Affidare questo compito a una categoria con interessi privati rappresenta, per gli oppositori del ddl, un grave passo indietro.
















