Un nuovo rapporto scientifico ha lanciato un allarme sulle condizioni del fiume Po. La ricerca, condotta da un team di scienziati dell’Università di Torino, ha messo in luce una contaminazione da microplastiche a livelli mai registrati prima nel principale corso d’acqua italiano. I dati raccolti sono preoccupanti e delineano un quadro critico per la salute dell’intero bacino padano.
Per dodici mesi, i ricercatori hanno prelevato campioni d’acqua in quindici punti strategici lungo l’asta del fiume, dalla sorgente al delta. Utilizzando tecniche di spettroscopia avanzate, hanno potuto isolare, contare e classificare le particelle di plastica con dimensioni inferiori ai cinque millimetri, invisibili a occhio nudo ma estremamente persistenti.
I risultati hanno superato le più pessimistiche previsioni. In alcune aree, specialmente a valle dei grandi centri urbani, la concentrazione ha raggiunto picchi di oltre due milioni di particelle per metro cubo. Tra i polimeri più comuni sono stati identificati il polietilene (PE), da imballaggi e sacchetti, e il polipropilene (PP). Una frazione significativa era inoltre costituita da microfibre tessili, rilasciate durante i lavaggi di indumenti sintetici.
Secondo il professor Marco Bellini, coordinatore dello studio, l’origine di questo inquinamento è multifattoriale. “Gli impianti di depurazione attuali non sono progettati per trattenere particelle così piccole”, ha spiegato Bellini. “A questo si aggiungono gli scarichi industriali non conformi e il dilavamento dei terreni agricoli, dove vengono utilizzate plastiche per le pacciamature”.
Le conseguenze per l’ambiente sono gravi. Le microplastiche vengono ingerite dagli organismi acquatici, come pesci e molluschi, entrando così nella catena alimentare. Questo processo, noto come bioaccumulo, fa sì che le sostanze tossiche trasportate dalle plastiche si concentrino negli animali ai vertici della piramide trofica, inclusi gli uccelli e, potenzialmente, l’uomo.
L’impatto non si limita alla fauna. Le microplastiche possono alterare le proprietà fisiche del suolo e dei sedimenti fluviali, compromettendo gli equilibri delicati degli habitat naturali. La loro presenza nel delta del Po rappresenta una minaccia diretta per un’area di straordinario valore ecologico, riconosciuta come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.
Il rapporto si conclude con un appello alle istituzioni. Gli scienziati chiedono normative più severe sugli scarichi, l’implementazione di tecnologie di filtraggio avanzate e campagne di sensibilizzazione per ridurre l’uso di prodotti monouso. “Agire ora è un imperativo per proteggere il futuro del nostro fiume più importante”, ha concluso il professor Bellini.















