Non solo armi, bische, intimidazioni e pompe funebri. Nell’inchiesta della Dda di Napoli sulla presunta nuova cellula della fazione Zagaria entra anche un altro fronte: quello dei rapporti con la macchina comunale.
Secondo gli inquirenti, Costantino Garofalo avrebbe avuto la capacità di muoversi in una zona grigia tra consenso, relazioni personali e influenza politica, fino a incidere, almeno nelle sue stesse convinzioni, sulle scelte dell’amministrazione di Casapesenna. È uno dei passaggi richiamati nell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta che ha fatto scattare gli otto fermi.
La criminalità organizzata, osservano gli investigatori, non agirebbe soltanto attraverso la violenza esplicita, ma anche mediante una penetrazione più sottile nel tessuto burocratico e politico degli enti locali. Una strategia fatta di rapporti, disponibilità reciproche, convenienze e bacini elettorali.
Il focus, anche in questo caso, è proprio su Garofalo. Per la Dda sarebbe stato in grado di sfruttare cointeressenze e relazioni per orientare o tentare di orientare le decisioni dell’ente.Negli atti viene richiamata una conversazione del 3 giugno 2024 con Mario Nobis (nella foto) – già coinvolto in una precedente inchiesta sul clan -, figlio di Salvatore Nobis, detto Scintilla (entrambi non indagati). I due incrociano per strada Marcello De Rosa, ex sindaco e, in quel periodo, vice sindaco di Casapesenna – non indagato ed estraneo all’inchiesta -. È in quel contesto che Garofalo, parlando del presunto rapporto con De Rosa, lo descrive come una persona pronta a mettersi a disposizione. Il discorso si sposta poi su una questione pratica: il rilascio di autorizzazioni o documenti legati a un immobile di Nobis. Ed è qui che, secondo gli investigatori, emerge la sicurezza ostentata da Garofalo.
L’indagato avrebbe prospettato la possibilità di intervenire direttamente presso De Rosa, assicurando all’interlocutore di poter risolvere rapidamente la pratica e ottenere ciò che serviva. Per la Dda, il dato rilevante non è soltanto la singola pratica. È il modo in cui Garofalo si rappresenta: come soggetto capace di entrare nei meccanismi del Comune, di parlare con chi conta e di ottenere risposte. Un’autorità parallela, secondo l’accusa, che non passa dagli uffici né dai canali ordinari, ma da rapporti personali e da un peso criminale ritenuto già riconosciuto sul territorio.
Nella stessa conversazione, Garofalo avrebbe anche legato quel rapporto al tema del consenso elettorale. Avrebbe invitato Nobis, nel caso in cui fosse stato avvicinato da De Rosa per parlare delle votazioni, a far capire di essere già stato orientato da lui. Un passaggio che, nella lettura degli inquirenti, mette insieme due piani: la gestione di richieste amministrative e la capacità di indirizzare pacchetti di consenso.
A rafforzare questa ricostruzione c’è poi un’altra conversazione, intercettata l’11 giugno 2024, a pochi giorni dalla tornata elettorale amministrativa. Parlando con un uomo indicato come Pasquale, Garofalo avrebbe rivendicato una sorta di autonomia di manovra rispetto alla politica ufficiale.
Il senso del discorso, per gli investigatori, è chiaro: non sarebbe necessario candidarsi o esporsi direttamente per ottenere benefici dal Comune, perché certi rapporti consentirebbero comunque di ‘prendere’ ciò che serve.
È questo, per la Dda, uno dei profili più delicati dell’inchiesta: la presunta capacità del gruppo di non restare fuori dalle istituzioni, ma di lambirle, condizionarle e usarle. Non attraverso un controllo formale, ma mediante un sistema di relazioni e pressioni capace di trasformare le esigenze private del sodalizio in pratiche, favori o aperture amministrative.
De Rosa, va ribadito, non è indagato in questo procedimento. Il suo nome compare negli atti come interlocutore evocato nelle conversazioni e come figura ritenuta dagli inquirenti significativa per comprendere il peso attribuito a Garofalo nel contesto locale.
Nell’impianto accusatorio, dunque, il presunto referente del gruppo Zagaria non avrebbe rappresentato soltanto un uomo capace di gestire intimidazioni e affari: sarebbe stato anche un mediatore di influenza, in grado di presentarsi come canale alternativo rispetto alla pubblica amministrazione.
Non è escluso che si tratti di una ostentazione di potere da parte dell’indagato; e, anche qualora fosse stata avanzata una richiesta, non è detto che l’amministrazione l’avrebbe accolta. Per gli inquirenti, però, quel ruolo dimostrerebbe la capacità del gruppo di penetrare il tessuto politico e burocratico del paese.
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