Casapesenna, la follia della camorra: fucile e bomba dopo una lite per questioni di viabilità

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Da sinistra Costantino Garofalo, Raffaele Nobis, Aldo Nobis, Gianluca Piccolo e Marcello De Rosa (non indagato)
Da sinistra Costantino Garofalo, Raffaele Nobis, Aldo Nobis, Gianluca Piccolo e Marcello De Rosa (non indagato)

Prima i colpi di fucile contro il portone. Poi, mesi dopo, un ordigno fatto esplodere a ridosso della stessa abitazione. Due episodi che, nella lettura della Dda di Napoli, non sarebbero semplici intimidazioni isolate, ma segnali della capacità operativa della presunta nuova cellula della fazione Zagaria del clan dei Casalesi.

Nel mirino degli inquirenti c’è innanzitutto quanto sarebbe accaduto il 20 ottobre 2025, all’1.08, in via Fabozzi. Secondo l’accusa, Costantino Garofalo e Paolo Francesco Serao, in concorso tra loro e con altri soggetti non identificati, avrebbero raggiunto l’abitazione di un cittadino marocchino a bordo di un’auto con targa spagnola. Gli autori dell’azione sarebbero stati completamente travisati. In particolare, chi avrebbe materialmente esploso i colpi avrebbe indossato una tuta integrale protettiva bianca.

Poi gli spari: cinque cartucce a pallini, tre esplose e due rimaste integre. Per la Procura, quei colpi di fucile contro il portone dell’abitazione non sarebbero stati un semplice danneggiamento armato. Sarebbero stati un messaggio. Un avvertimento costruito per essere visto, capito e raccontato, nel cuore della notte, in un territorio segnato dalla presenza storica del clan dei Casalesi.

È su questa lettura che la Dda fonda l’aggravante del metodo mafioso: la scena plateale, l’arma, il bersaglio scelto, l’orario e il contesto avrebbero evocato, secondo gli inquirenti, la forza intimidatrice della fazione Zagaria e la sua capacità di alimentare assoggettamento e omertà.

Ai due indagati viene contestata anche l’agevolazione mafiosa. Per i pm, l’attentato sarebbe servito ad affermare l’egemonia del gruppo su Casapesenna e sulle aree confinanti, reagendo a quello che negli atti viene definito un affronto plateale subito da uno dei membri del sodalizio, ritenuto in posizione apicale. L’alterco con il cittadino marocchino, avvenuto il 18 ottobre 2025 per motivi di viabilità stradale, nella ricostruzione investigativa sarebbe dunque il precedente da cui sarebbe partita la rappresaglia.

L’inchiesta richiama poi un secondo episodio, ancora più pesante sul piano intimidatorio. Il 19 febbraio 2026, sempre secondo la Dda, a ridosso dell’abitazione dello stesso cittadino marocchino sarebbe stato collocato e fatto detonare un ordigno esplosivo. Per questo capo d’accusa sono chiamati in causa Costantino Garofalo, Paolo Francesco Serao, Gianluca Piccolo e Valerio Mormile.

La Procura attribuisce a Garofalo il ruolo di istigatore e determinatore dell’azione. Sarebbe stato lui, secondo l’accusa, a commissionare l’ordigno a Gianluca Piccolo. Quest’ultimo, nella ricostruzione dei pm, si sarebbe attivato per reperirlo, occupandosi dell’acquisto e della custodia. La fase finale sarebbe stata invece affidata a Serao e Mormile, che avrebbero materialmente collocato l’esplosivo nei pressi dell’ingresso dell’abitazione della vittima, facendolo poi detonare.

Anche per questo episodio la Dda contesta il metodo mafioso e l’agevolazione mafiosa. L’obiettivo, per la Procura, sarebbe stato lo stesso: affermare l’egemonia della fazione Zagaria su Casapesenna e sulle aree vicine, reagendo all’affronto subito da uno dei suoi presunti componenti. I due episodi di via Fabozzi diventano così, nell’impianto accusatorio, uno dei segnali della capacità operativa del gruppo: non solo affari, bische e controllo di attività economiche, ma anche armi, esplosivi e intimidazioni. Una dimostrazione di forza che, secondo gli investigatori, avrebbe avuto l’obiettivo di ristabilire gerarchie, punire l’affronto e ribadire chi, secondo l’accusa, pretendeva di comandare sul territorio.

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