
Tra il vertice storico della cosca Zagaria e la manovalanza criminale attiva sul territorio ci sarebbe stato un livello intermedio: discreto, capace di agire nell’ombra, risolvere controversie e, all’occorrenza, imporre paura. È questa fascia di raccordo che i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta ritengono di avere individuato nell’inchiesta che ha portato i pm Vincenzo Ranieri, Vincenzo Toscano e Alfredo Gagliardi – coordinati dal procuratore aggiunto Michele Del Prete – a emettere otto fermi nell’area della fazione Zagaria del clan dei Casalesi.
Al centro di quel livello intermedio, per gli inquirenti, ci sarebbe Costantino Garofalo, 29 anni, di Casapesenna, indicato come referente operativo di un gruppo malavitoso orbitante attorno alla cosca Zagaria. Con lui, secondo l’accusa, avrebbero avuto un ruolo di primo piano anche i fratelli Raffaele Nobis, 60 anni, e Aldo Nobis, 56 anni, entrambi di Casapesenna (germani di Salvatore Nobis, detto Scintilla, estraneo all’odierna indagine ma ritenuto uno dei luogotenenti del capoclan Michele Zagaria).
Il procedimento riguarda complessivamente 11 indagati: otto destinatari di fermo e tre persone rimaste a piede libero. Ieri mattina sono stati fermati e portati in carcere, oltre a Garofalo e ai Nobis, anche Paolo Francesco Serao, 25 anni, Vincenzo Fontana, 29 anni, Gianluca Piccolo, 28 anni, Valerio Mormile, 25 anni, e Franco Moccia, 26 anni, tutti di Casapesenna. Restano indagati a piede libero Ernesto Corvino, 45 anni, di Casal di Principe – già condannato in primo grado per mafia in un procedimento relativo ai gruppi Bidognetti e Schiavone -, Giuseppe Alfonso Piccolo, 33 anni, e Antonio Garofalo, 36 anni, entrambi di Casapesenna.
Le accuse contestate a vario titolo sono associazione mafiosa, detenzione illegale di armi, estorsione, concorrenza illecita, violenza privata e atti di pubblica intimidazione con uso di armi. Condotte che, per la Procura, sarebbero aggravate dal metodo mafioso. Ora il fascicolo passa al gip del Tribunale di Napoli, che dovrà valutare i fermi e decidere se trasformarli in ordinanze cautelari.
La contestazione associativa colloca Garofalo, i fratelli Nobis, Serao, Fontana e Gianluca Piccolo nella fazione Zagaria, attiva a Casapesenna e nei territori vicini. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe condiviso direttive e finalità del clan dei Casalesi, puntando al controllo di attività legali e illegali: dalle onoranze funebri alla casa da gioco clandestina, indicata negli atti anche come bisca, fino agli episodi estorsivi e intimidatori.
Garofalo, per la Dda, avrebbe diretto e organizzato le dinamiche criminali a Casapesenna e nelle aree limitrofe, rapportandosi con esponenti di altre consorterie e con figure apicali del clan. Gli investigatori gli attribuiscono la gestione di attività legali e illegali, tra cui un’impresa di onoranze funebri a lui riconducibile e la bisca clandestina. Sarebbe stato lui, secondo l’accusa, a pianificare atti intimidatori, organizzare reazioni a episodi avvenuti sul territorio e mantenere relazioni ritenute utili dagli inquirenti.
Nel mirino dell’inchiesta c’è proprio il settore delle pompe funebri, considerato uno degli snodi economici del gruppo: un mercato delicato, radicato nel territorio e capace di produrre consenso, relazioni e ricavi. Accanto a questo, la Dda richiama il controllo della bisca, indicata come fonte di ricchezza illecita e strumento per alimentare una cassa interna.
Raffaele Nobis viene indicato come figura carismatica e storicamente legata alla fazione Zagaria. Secondo la contestazione, avrebbe contribuito all’organizzazione del sodalizio, mantenendo rapporti diretti con Antonio e Carmine Zagaria. Gli viene attribuito anche un ruolo nella gestione delle somme provenienti dalla bisca clandestina e nel cosiddetto welfare criminale: la redistribuzione di denaro a detenuti, familiari e persone appena tornate in libertà, così da mantenere consenso sociale e controllo del territorio.
Aldo Nobis, scarcerato alla fine del 2024, viene collocato dagli investigatori ‘dietro le quinte’, ma in posizione di vertice. Secondo la Procura, avrebbe contribuito all’organizzazione del gruppo insieme al fratello Raffaele e a Garofalo, mettendo a disposizione il proprio peso criminale e la conoscenza delle dinamiche legate alle ‘giocate’, le bische clandestine di cui viene descritto come storico conoscitore, precursore e ideatore.
In questo quadro, Garofalo viene indicato come il referente operativo del gruppo, mentre ai fratelli Nobis gli inquirenti attribuiscono un peso criminale e relazionale legato alla storia della fazione.
Paolo Francesco Serao sarebbe stato uomo di fiducia dei Nobis e di Garofalo, con funzioni esecutive. Per la Dda è stato a disposizione del gruppo nella gestione operativa della bisca e nella realizzazione, su ordine, di attentati intimidatori. In questo contesto gli investigatori richiamano gli episodi ai danni di un cittadino marocchino, ritenuti emblematici della capacità del gruppo di passare dalle minacce ai fatti. Serao, per l’accusa, avrebbe avuto anche compiti di controllo, reperimento e utilizzo delle armi.
Gianluca Piccolo viene descritto come un altro uomo a disposizione della fazione. Gli inquirenti gli attribuiscono interlocuzioni con i vertici, capacità di raccogliere informazioni sul territorio e un ruolo nei contrasti sorti con altri gruppi. Il locale Nooise Bar, che avrebbe gestito insieme al fratello Giuseppe Alfonso, viene indicato come luogo abituale di incontri, anche riservati, tra componenti del gruppo.
Vincenzo Fontana, detto Statuto, stando alla tesi degli inquirenti, avrebbe avuto una funzione strategica nella gestione della casa da gioco clandestina. Secondo l’accusa, avrebbe custodito la contabilità, tenendo una sorta di registro, e supervisionato la cassa con il denaro delle scommesse. Un incarico ritenuto centrale per l’accumulazione di ricchezza illecita e la redistribuzione dei proventi.
L’inchiesta, in base a quanto raccolto dalla Dda, tiene legati più piani: controllo del territorio, affari illegali, penetrazione in attività apparentemente lecite, armi e intimidazioni. Tra i temi richiamati dai carabinieri ci sarebbero anche alcuni recenti episodi intimidatori ai danni di attività commerciali, inseriti dagli inquirenti nel quadro delle pressioni e dell’affermazione criminale sul territorio.
È questa la fascia che i militari dell’Arma ritengono di avere ricostruito: non il gotha storico della cosca, ma un gruppo operativo capace, secondo l’accusa, di muoversi negli affari, nei rapporti quotidiani e nelle paure del territorio, mantenendo vivi reti, metodi e interessi della fazione Zagaria.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari. Gli indagati sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.









