CASAPESENNA – Le bische come affare di clan. Denaro contante, controllo del territorio e rapporti di dipendenza costruiti attorno al gioco clandestino. Un business antico della camorra che, secondo la Dda, a Casapesenna sarebbe finito ancora una volta nell’orbita della fazione Zagaria del clan dei Casalesi.
I carabinieri hanno individuato una casa da gioco clandestina allestita nella centralissima piazza Petrillo. La bisca sarebbe stata sottoposta al controllo di Raffaele Nobis, ma non si sarebbe trattato di un affare gestito esclusivamente per conto proprio. Dalle intercettazioni emergerebbe, infatti, una sorta di investitura riconducibile ai fratelli Antonio e Carmine Zagaria, ai quali gli indagati avrebbero attribuito l’autorizzazione a gestire la ‘partita’. Il sistema, secondo l’accusa, avrebbe coinvolto anche Aldo Nobis, fratello di Raffaele, Costantino Garofalo e Vincenzo Fontana.
Il gruppo si sarebbe occupato di organizzare le partite, stabilire dove farle svolgere e riscuotere somme proporzionate alle giocate. Già nelle conversazioni del 2024 Raffaele Nobis rivendicava apertamente il controllo del banco e della ‘giocata’: nessuno, sosteneva, avrebbe potuto organizzare le partite senza rispettare le sue direttive. Le captazioni successive restituiscono un quadro ancora più netto. Parlando con Garofalo, Nobis affermava che la partita era stata creata dal fratello Aldo e che si sarebbe dovuto giocare soltanto secondo le regole fissate dal loro gruppo. La sede indicata come preferibile era un circolo, mentre il distributore di carburanti veniva escluso perché considerato troppo esposto ai controlli.
Non sarebbe stata soltanto una questione economica. Nobis temeva che un’eventuale perdita di autorità potesse comprometterne il prestigio agli occhi di Antonio e Carmine Zagaria. Garofalo, in una conversazione, sosteneva che il gruppo avesse ricevuto l’autorizzazione di Antonio, chiamato ‘Totonno’, per organizzare la bisca. Proprio attorno alla gestione delle partite sarebbe maturata una forte tensione con Renato Piccolo e Costantino Diana, detto ‘o cinese, descritti dagli investigatori come soggetti riconducibili ad ambienti criminali e in grado di vantare una storica contiguità al clan.
I due avrebbero tentato di inserirsi autonomamente nell’affare, scavalcando il gruppo dei Nobis. Raffaele avrebbe reagito con durezza, sostenendo che Diana non avrebbe dovuto entrare in quel settore e che Piccolo non fosse nelle condizioni di superare la sua autorità. Allo stesso Piccolo, tornato libero nell’ottobre 2025, sarebbe stata però prospettata una quota dei guadagni: una sorta di compensazione destinata a evitare ulteriori contrasti e a garantirgli un sostegno economico dopo la detenzione. L’accordo, tuttavia, avrebbe dovuto rispettare una condizione precisa: nessuna interferenza nella gestione. In alcuni dialoghi Nobis avrebbe criticato anche il fratello Aldo, giudicato troppo morbido nel far rispettare le disposizioni impartite agli altri soggetti interessati alla ‘giocata’.
E’ stata l’irruzione eseguita il 17 aprile scorso dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe a portare formalmente alla luce la bisca organizzata nella centralissima piazza Agostino Petrillo, fornendo, quindi, un ulteriore riscontro alle intercettazioni raccolte dagli investigatori. Quell’intervento, tuttavia, secondo la ricostruzione accusatoria, non avrebbe fermato il gruppo: già dalla stessa sera le giocate sarebbero proseguite in alcuni comuni vicini.
Il capitolo delle bische è emerso nell’indagine coordinata dai pm della Dda di Napoli Vincenzo Toscano, Vincenzo Ranieri e Alfredo Gagliardi, sfociata in otto decreti di fermo. Tra i destinatari figurano proprio Costantino Garofalo, Raffaele e Aldo Nobis. Le accuse formulate rappresentano, al momento, ipotesi investigative che dovranno essere vagliate nelle successive fasi del procedimento. Gli indagati sono da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.








