Dalla vendetta privata al potere del clan dei Casalesi: così la camorra cercava di farsi Stato

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Raffaele Nobis e Davide Grasso
Raffaele Nobis e Davide Grasso

CASAPESENNA – Intervenire nei contrasti tra privati e presentarsi come risolutori di questioni che le parti non riescono a sbrogliare. Farlo negli affari importanti, ma anche nelle piccole beghe. Perché controllare il territorio significa dimostrare di esserci, di essere forti e di potersi proporre come alternativa allo Stato. È uno dei meccanismi attraverso i quali la mafia costruisce e alimenta il proprio potere. Uno spaccato di questo metodo emerge dall’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta sulla presunta riorganizzazione della fazione Zagaria del clan dei Casalesi.

Nel luglio scorso l’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha portato al fermo di otto persone, tra le quali Costantino Garofalo e Raffaele Nobis, indicati dagli inquirenti come punti di riferimento sul territorio della cosca. L’episodio ricostruito dai militari attraverso le intercettazioni e testimonianze comincia la sera del 9 luglio 2024 a Casapesenna. B.D.C. viaggiava in auto con un’altra persona, mentre su una seconda vettura si trovavano M.C., Franco Moccia e un nipote (non indagato) dei fratelli Michele, Carmine, Antonio e Pasquale Zagaria. Le due automobili si incrociarono lungo le strette strade del paese e tra B.D.C. e M.C. scoppiò un litigio.

Secondo la successiva versione fornita da M.C. ai carabinieri, alla base dello scontro vi sarebbero stati vecchi rancori legati a una testimonianza resa da B.D.C. in un precedente processo. La situazione rischiò di degenerare quando M.C. si avventò contro l’altro uomo, ma il nipote del boss Zagaria riuscì a trattenerlo. Il giorno successivo B.D.C. raccontò l’accaduto all’amico Costantino Garofalo, chiedendo aiuto per ottenere una rivalsa. Le conversazioni intercettate, secondo la lettura degli investigatori, mostrerebbero che B.D.C. si disse disposto anche a pagare per ricevere soddisfazione. Garofalo respinse la proposta economica, ma assicurò che avrebbe interessato Raffaele Nobis alla vicenda.

Prima di rivolgersi a Nobis, Garofalo contattò il nipote di Capastorta e concordò con lui un incontro davanti a un bar di Casapesenna. Il giovane raggiunse il locale, dove ricostruì quanto accaduto la sera precedente e spiegò il rapporto di amicizia che lo legava a M.C. Secondo gli atti, il parente di Michele Zagaria tentò di ridimensionare l’episodio e invitò B.D.C. a lasciar perdere qualsiasi proposito di vendetta. Quest’ultimo gli chiese di coinvolgere lo zio Carmine Zagaria per risolvere il contrasto, ma la richiesta sarebbe stata respinta.

La vicenda, però, proseguì su un altro binario. La sera del 10 luglio Garofalo raggiunse l’abitazione del suocero Raffaele Nobis e gli riferì quanto accaduto. È in questo passaggio che, per gli inquirenti, una controversia privata avrebbe assunto un significato più ampio. Nobis avrebbe manifestato una forte ostilità nei confronti di M.C., richiamando anche una vecchia denuncia presentata dall’uomo contro persone considerate vicine al gruppo Zagaria. Avrebbe quindi prospettato una spedizione punitiva, chiedendo una fotografia di M.C. per renderlo riconoscibile a chi avrebbe dovuto aggredirlo. Per organizzare l’azione, Nobis avrebbe pensato di rivolgersi a Davide Grasso, indicato nelle conversazioni come Daviduccio di Grazzanise, sebbene sia originario di Santa Maria la Fossa. Secondo gli atti, Grasso è una figura ritenuta dagli investigatori di rilievo criminale e riconducibile al contesto casalese.

L’uomo è stato arrestato nell’ottobre 2024 nell’ambito di una diversa inchiesta della Dda di Napoli sulla presunta ricostituzione di una frangia del clan dei Casalesi facente capo ad Antonio Mezzero. Anche in quel procedimento le contestazioni restano accuse da verificare in giudizio. Dopo l’incontro con Nobis, Garofalo e un’altra persona si sarebbero messi alla ricerca, attraverso Facebook, di una fotografia recente di M.C. Da consegnare, secondo la ricostruzione dei carabinieri, alle persone incaricate di riconoscerlo e colpirlo. Poco dopo le 23, durante un nuovo incontro, Nobis avrebbe riferito a Garofalo di avere già parlato con qualcuno e che la richiesta sarebbe stata eseguita entro pochi giorni. Gli investigatori ritengono che l’interlocutore potesse essere proprio Grasso. A sostegno di questa ipotesi richiamano gli spostamenti del telefono di Nobis, localizzato in precedenza nell’area tra Cancello ed Arnone e Grazzanise. Si tratta, tuttavia, di una valutazione investigativa e non della prova diretta di un incontro tra i due.

La ricostruzione è stata poi confrontata con le dichiarazioni rese da M.C. ai carabinieri il 24 luglio 2024. L’uomo confermò che il litigio era avvenuto la sera del 9 luglio in piazza Petrillo, alla presenza del nipote del boss e Franco Moccia (destintario del decreto di fermo con Garofalo), e ne ricondusse l’origine alla testimonianza resa da B.D.C. nel precedente procedimento. M.C. riferì inoltre di essere stato contattato nei giorni successivi da B.D.C., che lo aveva invitato a prendere un caffè in un bar di Casapesenna nel tentativo di raggiungere una conciliazione. Una proposta che M.C. avrebbe rifiutato.

Dopo quell’invito, precisò, la vicenda non ebbe ulteriori sviluppi. La violenza prospettata nelle conversazioni, dunque, non risulta essere stata portata a compimento. Per gli investigatori, tuttavia, l’episodio conserverebbe un preciso valore dimostrativo: una lite personale sarebbe stata trasferita su un piano diverso, cercando l’intervento di soggetti ritenuti capaci di imporre una soluzione attraverso la forza e il peso della propria reputazione criminale.

È proprio nelle questioni apparentemente minori che il potere mafioso tenta di rendersi visibile: offrendo protezione, promettendo vendette e sostituendo alle regole civili la propria capacità di intimidazione. Non serve che la minaccia venga sempre eseguita. Talvolta è sufficiente far credere che possa esserlo. La ricostruzione è contenuta negli atti dell’indagine e rappresenta l’ipotesi formulata dagli inquirenti. Il procedimento si trova in una fase non definitiva e le responsabilità degli indagati dovranno essere accertate con sentenza irrevocabile.

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