CASAPESENNA – Le disponibilità finanziarie: chi ne avrebbe avuto la concreta disponibilità e chi, invece, le avrebbe custodite o movimentate soltanto sul piano formale. È uno dei fronti che emerge dall’inchiesta dei carabinieri sul gruppo Zagaria. Perché, del resto, dietro alle estorsioni e alle gare d’appalto turbate c’è spesso un solo obiettivo: fare soldi. Denaro da accumulare e poi custodire, spendere e far circolare.
L’indagine, complessa, coordinata dalla Dda di Napoli sulla cosca di Casapesenna, ha portato a luglio agli arresti di Costantino Garofalo, giovane imprenditore attivo nel settore delle onoranze funebri, e di Raffaele Nobis, fratello di Salvatore, detto ‘Scintilla’, storico luogotenente del clan Zagaria. I due sono ritenuti dall’Antimafia tra gli attuali riferimenti operativi del presunto gruppo mafioso di Casapesenna, fino al loro trasferimento in carcere, compagine che ora, stando alla tesi della Dda, risulta guidata dai fratelli Carmine e Antonio Zagaria (germani del boss Michele ‘Capastorta’).
Garofalo, 29 anni, è indicato dalla Procura come una delle figure di riferimento della nuova compagine; Nobis, 60 anni, è suo suocero e viene descritto nelle ricostruzioni investigative come un uomo con rapporti storici nell’ambiente Zagaria.
La pista dei flussi di denaro emerge in controluce da numerose conversazioni e, verosimilmente, potrebbe essere approfondita con nuove attività investigative.
Nelle intercettazioni raccolte tra novembre e dicembre 2024 ricorrono appuntamenti, consegne mai spiegate al telefono, assegni e versamenti. Riletti insieme, quei dialoghi suggeriscono agli investigatori la possibile presenza di persone terze impiegate per gestire somme riferibili al gruppo. Resta un’ipotesi che richiederà riscontri su provenienza, titolarità e destinazione del denaro.
Il 25 novembre 2024 Nobis contatta il fratello minore di Garofalo, non indagato, per avere notizie di una terza persona, senza nominarla. L’interlocutore capisce subito a chi si riferisca e risponde che la sta aspettando a casa. Il giorno successivo Nobis richiama, irritato per il ritardo; il 27 novembre viene informato che l’incontro si è svolto. Nel dialogo, Nobis contesta il mancato rispetto di un accordo, ma nessuno esplicita quale fosse il suo oggetto.
Il 4 dicembre, dopo un incontro che gli investigatori ritengono possibile tra Garofalo e Nobis nell’ufficio del primo, Nobis convoca a casa un uomo. Poco dopo Garofalo parla con lo stesso interlocutore. Il contenuto resta allusivo: una terza persona non vorrebbe più ricevere qualcosa; l’uomo prova a spiegare che quel qualcosa gli era stato portato da Garofalo; la replica attribuita a Nobis è che la consegna avrebbe dovuto essere eseguita direttamente da lui. Le intercettazioni non chiariscono cosa indichi quel plurale. La polizia giudiziaria, tuttavia, collega quei passaggi all’ipotesi di una consegna di denaro. Se così fosse, la richiesta che la consegna avvenisse personalmente indicherebbe, nella lettura degli investigatori, una precisa divisione di ruoli: chi dispone delle somme e chi le riceve o le maneggia.
Nei giorni successivi compaiono riferimenti più concreti. L’uomo segnala a Garofalo un errore nella data di un documento e dice di stare effettuando un versamento; Garofalo segue l’operazione. In un’altra telefonata si parla di denaro da consegnare e di 800 euro da accantonare, rinviando i dettagli a un incontro di persona. L’11 dicembre Garofalo chiede poi se alcuni assegni siano stati pagati e ottiene la risposta che sarà fatta una verifica alla posta.
Questi dialoghi vengono letti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta come possibili riferimenti a titoli di credito e a movimentazioni nelle quali l’interlocutore avrebbe agito formalmente, mentre Garofalo avrebbe avuto un interesse diretto al loro esito. Non è una prova, da sola, della natura né della provenienza delle somme. Ma il quadro solleva il quesito che l’Arma potrebbe approfondire: l’uomo agiva per conto proprio oppure era un possibile detentore formale di liquidità riconducibile ad altri?
L’inchiesta principale riguarda il presunto tentativo del gruppo Zagaria di riaffermare il proprio controllo sul territorio, attraverso episodi di violenza e interessi economici. In questa prospettiva, la ricostruzione di conti, assegni, versamenti e disponibilità patrimoniali potrebbe chiarire chi avesse la concreta disponibilità delle somme e se le operazioni affidate a terzi fossero collegate alle attività del gruppo.
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