“Senese voleva uccidere Antonio Moccia”: le rivelazioni del pentito Cosimo Nicolì nell’inchiesta sull’omicidio di Diabolik

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Michele Senese e Antonio Moccia
Michele Senese e Antonio Moccia

AFRAGOLA – I messaggi uscivano dal carcere nascosti tra le scarpe, passavano attraverso i familiari e arrivavano all’esterno con indicazioni precise. Nonostante la detenzione, il boss Michele Senese, detto ‘o pazzo, avrebbe continuato a mantenere un filo diretto con gli uomini della sua organizzazione, seguendo affari e strategie criminali.

A raccontarlo è Cosimo Nicolì, collaboratore di giustizia ritenuto vicino al clan Senese, ascoltato dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Roma nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il trafficante di droga e capo ultrà della Lazio assassinato a Roma il 7 agosto 2019.

Nelle dichiarazioni del pentito emerge anche uno spaccato del rapporto tra il gruppo criminale e Afragola, città d’origine di Senese, città dalla quale è partito decenni fa alla volta della capitale, finendo poi per conquistare il panorama criminale romano.

E’ qui che, secondo Nicolì, sarebbe arrivato uno degli incarichi più pesanti: uccidere Antonio Moccia, figlio de Gennaro Moccia e Anna Mazza, la ‘vedova nera’ della camorra, nonché fratello di Luigi e Angelo. L’ordine, racconta il collaboratore, sarebbe stato recapitato dopo la sua scarcerazione nel 2020 attraverso un galoppino di Senese.

Il messaggio non lasciava spazio a interpretazioni: “Uccidere Antonio Moccia”. Il progetto, secondo la ricostruzione contenuta nei verbali, sarebbe stato legato alla volontà di vendicare Antonio Gaglione, detto ‘o marcianisano, cognato di Senese e finito nel mirino del gruppo Moccia.

Nicolì avrebbe dovuto raggiungere Afragola nel giugno del 2020, sistemarsi in una villetta già predisposta e presentarsi come nipote di Michele Senese. L’obiettivo sarebbe stato avvicinare Moccia e colpirlo. Un piano che, però, non arrivò a compimento.

Nel frattempo, sempre secondo il racconto del pentito, la macchina criminale non si sarebbe fermata. Senese, dal carcere, avrebbe continuato a impartire disposizioni attraverso biglietti e colloqui con la moglie e il figlio.

“Sempre tramite i bigliettini”, ha raccontato Nicolì ai pm, spiegando che la moglie sarebbe stata informata delle attività del marito e avrebbe fatto da tramite con l’esterno.

Il collaboratore sostiene inoltre di aver ricevuto dal boss una sorta di autonomia nella gestione degli affari illeciti ad Afragola. Droga e usura sarebbero finiti sotto il suo controllo.

“L’unica cosa che voleva lui è di uccidere Antonio Moccia, poi tutto quello che facevo, a lui poco interessava. Anzi, mi appoggiava in tutto”, ha riferito Nicolì.

Un potere che, stando alle sue dichiarazioni, gli avrebbe consentito di intervenire sulle piazze di spaccio della città: “Tutte le piazze di droga che stavano ad Afragola le tolsi tutte quante”.

E mentre Nicolì racconta la gestione degli affari, descrive anche la paura che il nome di Senese avrebbe suscitato nell’ambiente criminale. Una reputazione costruita in decenni di attività e che, secondo il pentito, avrebbe oltrepassato i confini della Campania.

“Quando si parla di Michele Senese… si ferma l’orologio”, ha dichiarato, arrivando a paragonarlo a Hitler per sottolinearne la ferocia e l’influenza.

Il collaboratore si sofferma anche sul soprannome ‘o pazzo, precisando però che, secondo la sua versione, sarebbe riferito al fratello Antonio Senese e non a Michele, conosciuto anche come ‘o micciariello. Un particolare che restituisce la complessità dei rapporti e dei ruoli all’interno della galassia criminale descritta nei verbali.

Le dichiarazioni di Nicolì si inseriscono nell’inchiesta della Dda di Roma che ha portato a una nuova ordinanza cautelare nei confronti di Michele Senese, già detenuto, per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli.

Nel quadro investigativo torna così anche il peso che, secondo gli inquirenti e i collaboratori di giustizia, il boss avrebbe continuato a esercitare dall’interno del carcere.

Un sistema nel quale le distanze sembrano ridursi fino quasi a scomparire: una cella da una parte, telefoni usa e getta, colloqui, familiari e pizzini dall’altra. E ordini che, secondo quanto raccontato agli investigatori, avrebbero continuato a viaggiare verso l’esterno.

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