Legge elettorale, sì del Senato. Niente collegi, preferenze ok

43
Roma - Senato esame della legge elettorale
Il Ministro per le autonomia Roberto Calderoli, Elisabetta Alberti Casellati, ministro per le riforme, in occasione dell’esame delle disposizioni in materia di legge elettorale. Senato, Roma Lunedì 14 Settembre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Minister for Autonomy Roberto Calderoli, Elisabetta Alberti Casellati, Minister for Reforms, on the occasion of the review of provisions regarding electoral law. Senate, Rome, Monday September 14 2026. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

CASERTA – Addio ai collegi uninominali, ritorno delle preferenze e premio di maggioranza per chi raggiunge almeno il 42 per cento dei voti. Si punta sul duello tra le coalizione, cespugli compresi. Meno favorite le liste singole. Cambierà profondamente il modo in cui gli italiani eleggono deputati e senatori con la riforma approvata dal Senato con 113 voti favorevoli e 71 contrari. Il provvedimento, modificato durante l’esame a Palazzo Madama (foto Lp), deve ora tornare alla Camera e non è quindi ancora legge. Il nuovo sistema sarebbe interamente proporzionale, ma con un premio destinato alla lista o alla coalizione che ottiene più voti e raggiunge almeno il 42 per cento dei consensi validi sia alla Camera sia al Senato. Il bonus consiste in 70 deputati e 35 senatori. Non aumenta il numero complessivo dei parlamentari: i seggi del premio vengono sottratti alle altre forze politiche durante il riparto.

La coalizione vincente non potrebbe comunque superare, sommando i seggi conquistati proporzionalmente e quelli ricevuti con il premio, il tetto di 220 deputati e 113 senatori. Dal calcolo restano esclusi gli eletti nella circoscrizione Estero. Il limite corrisponde al 55 per cento dei componenti della Camera e al 56,5 per cento di quelli del Senato, una maggioranza sufficiente a sostenere il governo. Il premio scatterebbe soltanto se il medesimo schieramento raggiungesse la soglia del 42 per cento in entrambi i rami del Parlamento. Se nessuna lista o coalizione centrasse l’obiettivo, oppure se Camera e Senato producessero vincitori differenti, tutti i seggi verrebbero distribuiti con il metodo proporzionale. Non è previsto un turno di ballottaggio.

La novità più evidente rispetto al Rosatellum è la cancellazione dei collegi uninominali. Con il sistema attuale 147 deputati e 74 senatori vengono eletti nei collegi in cui prevale il candidato che ottiene anche un solo voto in più degli avversari. Gli altri 245 deputati e 122 senatori sono scelti con il proporzionale, mentre i seggi rimanenti sono assegnati nella circoscrizione Estero. Con la riforma scomparirebbe completamente la componente maggioritaria dei collegi. Cambierà anche la scheda. Ogni lista presenterebbe sette candidati: un capolista bloccato, collocato graficamente in una posizione distinta, e altri sei nomi prestampati.

Il primo degli eletti sarebbe quindi deciso dal partito. Per gli altri candidati l’elettore potrebbe esprimere fino a tre preferenze tracciando una croce accanto ai nomi. In caso di più preferenze dovrebbe essere rispettata l’alternanza di genere. Se le scelte successive riguardassero candidati dello stesso sesso, verrebbero annullate la seconda e la terza preferenza non conformi. Per i capilista, invece, non sarebbe riproposto il limite del 60 per cento per ciascun genere previsto dal Rosatellum. Il risultato è un sistema misto anche nella selezione degli eletti: le segreterie conserverebbero il controllo sui capilista, mentre agli elettori verrebbe restituita la possiUn capolista bloccato e sei candidati: ogni elettore ne sceglierà tre con l’alternanza di generebilità di scegliere gli altri candidati.

Non cambierebbero le principali soglie di sbarramento: 3 per cento dei voti validi a livello nazionale per le singole liste e 10 per cento per le coalizioni. Resterebbe anche la clausola di ripescaggio della lista che, pur non raggiungendo il 3 per cento, ottiene il miglior risultato tra quelle escluse all’interno della coalizione. Una modifica introdotta dal Senato ha però eliminato la cosiddetta norma “anti-cespugli”. Tutti i voti ottenuti dalle liste coalizzate concorrerebbero al raggiungimento del 42 per cento, anche quando il singolo partito non supera lo sbarramento e non conquista alcun parlamentare.

Rispetto al Rosatellum verrebbe meno anche il limite dell’1 per cento sotto il quale i voti di una lista non vengono conteggiati nel risultato della coalizione. Una scelta che potrebbe incentivare la nascita di formazioni minori capaci di portare voti allo schieramento, pur senza ottenere una propria rappresentanza. Liste e coalizioni dovrebbero inoltre depositare, insieme al simbolo e al programma, il nome della persona che intendono proporre al presidente della Repubblica per la guida del governo. Il candidato premier non comparirebbe però sulla scheda e l’indicazione non sarebbe giuridicamente vincolante. Resterebbero infatti intatte sia la prerogativa del capo dello Stato di nominare il presidente del Consiglio sia l’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari.

Più severa la disciplina per le nuove formazioni. Chi non è già rappresentato in Parlamento dovrebbe raccogliere 6mila firme per ogni collegio, rispetto alle attuali 1.500-2mila. Per i partiti dotati di una componente parlamentare resterebbe il numero ridotto, mentre sarebbero esentate le forze politiche che al 31 dicembre 2025 disponevano di almeno un gruppo alla Camera o al Senato. Per la circoscrizione Estero sarebbero sufficienti tra 500 e mille sottoscrizioni e sarebbe esonerato chi possiede almeno un parlamentare eletto all’estero. La riforma introduce infine una disciplina stabile per i fuorisede.

Chi si trova temporaneamente lontano dal Comune di residenza per motivi di studio, lavoro o cure mediche potrebbe iscriversi in un apposito elenco e votare nel luogo di domicilio. La possibilità, durante l’esame del Senato, è stata estesa anche ai caregiver che assistono familiari o figli ricoverati in un’altra regione. Per la circoscrizione Estero, invece, le ripartizioni geografiche passerebbero da quattro a due alla Camera, Europa ed extra Unione europea, e diventerebbero un’unica area al Senato. La riforma sposta così il baricentro della competizione dai candidati nei collegi alle coalizioni nazionali. Il 42 per cento diventa la soglia decisiva: sotto quel livello prevale la rappresentanza proporzionale, al di sopra può formarsi una maggioranza parlamentare attraverso il premio. Ma l’ultima parola spetta ancora alla Camera.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome