Bagnoli, allarme sui dragaggi: «Chiazze oleose e sedimenti accumulati nelle vasche»

Oceanus denuncia la possibile risalita di residui dal fondale, Rete Sociale No Box contesta la gestione dei materiali estratti. A maggio l’Arpac non rilevò superamenti delle soglie di torbidità, ma mancano analisi aggiornate sulle sostanze segnalate

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Chiazze nel mare di Bagnoli

NAPOLI – Chiazze nere e iridescenti sulle rocce, acqua opaca e grandi cumuli di sedimenti nelle vasche realizzate lungo la costa. Le immagini raccolte nelle ultime settimane riaccendono l’allarme ambientale sul mare di Bagnoli e sulla gestione dei materiali dragati per le opere collegate all’America’s Cup del 2027. A sollevare il caso sono Oceanus e la Rete Sociale No Box, che chiedono verifiche immediate sulla possibile risalita di sostanze inquinanti dal fondale e sulla permanenza nel cantiere delle terre estratte.

Le due denunce riguardano aspetti diversi dello stesso intervento. Oceanus concentra l’attenzione sugli effetti della movimentazione dei fondali; la Rete Sociale No Box contesta invece il funzionamento delle otto vasche destinate alla disidratazione dei sedimenti. Sullo sfondo c’è la relazione dell’Arpac sul monitoraggio delle acque marino-costiere effettuato a maggio: un documento che non rilevava allora superamenti delle soglie di attenzione per la torbidità, ma che non contiene analisi sulla concentrazione in acqua di metalli pesanti, Ipa o idrocarburi e, soprattutto, precede di diversi mesi le immagini oggi contestate.

Oceanus: «Si stanno avverando i timori delle perizie»

Secondo Oceanus, quanto sta accadendo confermerebbe le previsioni formulate tra il 2010 e il 2011, quando l’ipotesi di ospitare l’America’s Cup a Bagnoli si scontrò con i report elaborati dall’Ispra e dalle università campane sul sito di interesse nazionale Bagnoli-Coroglio.

Le analisi condotte all’epoca sui fondali avevano evidenziato un rischio ecotossicologico molto elevato, legato alla presenza di metalli pesanti come piombo, cadmio, zinco e arsenico, oltre agli idrocarburi policiclici aromatici lasciati in eredità dalle attività dell’ex Italsider. Le indicazioni tecniche mettevano in guardia dai rischi di un dragaggio tradizionale, che avrebbe potuto rimettere in circolazione sostanze tossiche rimaste depositate per decenni.

L’associazione interpreta la fascia nera e iridescente comparsa sulle rocce come una morchia di natura idrocarburica risalita dal fondo. Anche la patina oleosa e l’opacità dell’acqua sarebbero, secondo Oceanus, segnali del rimescolamento dei sedimenti contaminati.

Si tratta, tuttavia, di valutazioni formulate sulla base delle immagini. Per stabilire la natura della sostanza osservata servirebbero campionamenti aggiornati e analisi chimiche, capaci di accertare se si tratti effettivamente di idrocarburi e di individuare un eventuale collegamento con le attività di scavo.

La relazione Arpac: nessun allarme torbidità a maggio

La seconda relazione tecnica sul monitoraggio Arpac delle acque marino-costiere restituisce una fotografia meno allarmante, ma limitata al mese di maggio. L’Agenzia effettuò rilievi il 21 e il 27 maggio in nove stazioni, misurando lungo la colonna d’acqua temperatura, salinità, pH, ossigeno disciolto, clorofilla e torbidità.

Il sistema di controllo prevede una soglia di attenzione di 2 Ntu nelle stazioni vicine alla Zona speciale di conservazione di Nisida e di 4 Ntu in quelle collocate intorno all’area di dragaggio. In caso di superamento prolungato per sei ore, le attività di escavo devono essere sospese e possono riprendere soltanto dopo il rientro di tutti i valori.

Secondo la relazione, nelle campagne Arpac non furono registrati superamenti. Il valore medio rilevato fu di circa 0,37 Ntu, mentre il massimo raggiunto nelle campagne svolte fino ad allora era pari a 1,43. Anche le misurazioni effettuate dalla parte incaricata dei lavori il 19 e il 26 maggio indicarono condizioni considerate complessivamente stabili. Il dato massimo, 2,72 Ntu, fu registrato il 19 maggio nella stazione AC_ST4, sottoposta alla soglia di 4 Ntu.

Il documento dimostra dunque che, nei giorni esaminati, non furono rilevati fenomeni significativi di torbidità diffusa. Non basta, però, per formulare un giudizio su quanto fotografato nei primi giorni di settembre: il monitoraggio è precedente e la torbidità è un indicatore della risospensione dei sedimenti, non una misurazione diretta delle concentrazioni di piombo, arsenico, Ipa o idrocarburi presenti nell’acqua.

Rete No Box: «Il ciclo di smaltimento progettato è fallito»

Un secondo fronte viene aperto dalla Rete Sociale No Box. Per trattare il materiale dragato sono state realizzate otto vasche di de-watering, ciascuna con una capacità dichiarata di 2.500 metri cubi. Secondo la ricostruzione della rete, il progetto prevedeva la disidratazione e la caratterizzazione dei sedimenti e, subito dopo, il loro trasferimento verso gli impianti di destinazione.

Ogni ciclo avrebbe dovuto durare non più di dieci o quindici giorni, consentendo di allontanare dal cantiere circa 130mila metri cubi in quattro o cinque mesi. Questo meccanismo, secondo gli attivisti, si sarebbe inceppato dopo la sospensione dei trasporti su strada, conseguente alle proteste dei residenti.

Il trasferimento alternativo via mare si sarebbe concretizzato in una sola spedizione: quella del 9 giugno, quando la nave Manisa sarebbe partita verso Ghent, in Belgio, con circa 7mila tonnellate, a fronte di una quantità complessiva indicata in 240mila tonnellate.

I sedimenti dragati successivamente sarebbero quindi rimasti nelle vasche e nell’area del pontile sud. Le fotografie ricevute da cittadini di Bagnoli mostrerebbero cumuli superiori alla capienza di una singola vasca e privi di copertura, con il conseguente rischio di dispersione di polveri e contaminanti.

La richiesta di verificare autorizzazioni e quantità

La Rete Sociale No Box sostiene che le vasche non sarebbero più utilizzate soltanto per il processo di disidratazione, ma sarebbero diventate depositi temporanei di rifiuti. Da qui la richiesta di verificare il rispetto dell’articolo 185-bis del Testo unico ambientale e la compatibilità dell’attuale organizzazione del cantiere con il sistema originariamente progettato e autorizzato.

La presenza di grandi quantità di materiale nelle vasche, da sola, non consente però di stabilire l’esistenza di una violazione. Per farlo occorre conoscere la classificazione dei sedimenti, le autorizzazioni, i volumi effettivamente accumulati, le date di produzione e i registri delle movimentazioni. È su questi documenti che dovranno concentrarsi gli accertamenti degli enti competenti.

Le denunce pongono quindi due domande precise: che cosa sia la sostanza nera comparsa lungo la costa e quale sia oggi la destinazione dei sedimenti estratti. La relazione Arpac di maggio certifica che allora le soglie di torbidità non furono superate, ma non chiude il caso sollevato dalle fotografie di settembre.

Servono controlli contemporanei agli episodi segnalati, analisi chimiche dell’acqua e delle patine e una ricostruzione pubblica delle quantità dragate, trasferite e ancora presenti nel cantiere. Solo questi dati possono chiarire se le misure di contenimento stiano funzionando o se i timori formulati quindici anni fa siano tornati a materializzarsi nel mare di Bagnoli.

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