Napoli, Calzona svela i retroscena della sua carriera

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Cronache Mercato
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Francesco Calzona, in un’intervista concessa al podcast “Pro Football”, ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera, dall’esperienza sulla panchina della Slovacchia fino al suo recente passato come allenatore del Napoli.

L’amore dei tifosi partenopei è uno dei ricordi più intensi. “Napoli è difficile da paragonare, c’è un amore viscerale per la squadra che si percepisce tutto il giorno. Abitavo a Pozzuoli e quando andavo al ristorante incontravo persone educate e piene di calore, anche nei momenti di difficoltà”. Calzona ha sottolineato l’equilibrio dei sostenitori azzurri, sempre presenti allo stadio. “Anche durante la mia gestione c’erano sempre 50mila persone, pure quando i risultati non arrivavano. Questo dimostra l’amore che i napoletani hanno per la propria squadra”.

Un capitolo fondamentale della sua vita professionale è legato a Maurizio Sarri. L’incontro tra i due è avvenuto in un contesto insolito, lontano dai campi di calcio. “Quando ho conosciuto Maurizio, lui allenava i dilettanti e io avevo quasi abbandonato l’idea di vivere di calcio. La nostalgia però era tanta e piano piano ho ricominciato a crederci”.

La svolta è arrivata in modo inaspettato. “Sarri mi ha chiesto di collaborare con lui. Lo conoscevo perché era il mio promotore finanziario. Per seguirlo ho lasciato tutto e da lì è iniziata la nostra storia”. I due condividevano una passione totalizzante. “Con lui si parlava sempre di lavoro per poi finire a discutere per ore di calcio. Dieci minuti di lavoro e tre ore e mezza di pallone”.

Durante la sua esperienza al Cagliari nella stagione 2020/21, al fianco di Eusebio Di Francesco, Calzona ha vissuto un episodio decisamente singolare con il difensore Diego Godin. Un aneddoto che rivela la mentalità di certi campioni.

“Ricordo un allenamento in cui Godin mi chiedeva di tirargli il pallone addosso da distanza ravvicinata, dritto sullo stomaco. Non ne capivo il motivo”. La richiesta del giocatore uruguaiano aveva radici in sue esperienze passate. “Mi ha spiegato che era un’abitudine presa in un’altra squadra, dove l’allenatore lo faceva forse per stimolarli alla ‘guerra’, alla sopportazione del dolore”.

L’allenatore ha quindi assecondato la particolare richiesta. “Mi faceva tirare delle pallonate contro di lui da 7-8 metri, colpendo di collo pieno. È una cosa che non ho mai capito e di cui ancora oggi ignoro l’utilità. Ma si trattava di un giocatore di livello importante e, se questo lo faceva sentire bene, io lo accontentavo”.

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