A Caserta il Policlinico frena il riuso di Cava Iuliano. Nella conferenza dei servizi ribadito il no al progetto di riutilizzo

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La cava Iuliano di Caserta
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Il futuro Policlinico frena il riutilizzo di Cava Monti. È emerso nella conferenza dei servizi che si è tenuta l’altro ieri. L’Asl ha ribadito il no per la vicinanza della cava al futuro ospedale in costruzione nell’area vicino alla cava.Si accende lo scontro istituzionale e politico sul futuro della Cava Iuliano, lo storico sito estrattivo situato nell’area dei Monti Tifatini e a ridosso della frazione di San Clemente di Caserta. Al centro della polemica c’è il contestato “Progetto di Recupero Ambientale” depositato dalla società Recupera srl, un’iniziativa presentata formalmente dagli imprenditori come un modello di economia circolare destinato al riciclo di materiali inerti non pericolosi edili, ma finita nel mirino di residenti, comitati ecologisti e rappresentanti politici. L’esito della Conferenza dei Servizi si è fatta spasmodica in seguito al pesante stop arrivato dalle autorità sanitarie locali. A segnare una svolta decisiva nel procedimento amministrativo è stato infatti il parere sanitario nettamente non favorevole formalizzato dal Dipartimento di Prevenzione dell’Asl di Caserta (Unità Operativa di Prevenzione Collettiva 12).

Come reso noto dall’attivista Francesca Brizzi, la relazione dell’Azienda Sanitaria Locale boccia la proposta d’intervento evidenziando gravissime criticità sia sul versante della tutela dell’ecosistema, sia su quello della salute pubblica. L’analisi condotta dai tecnici della prevenzione, che hanno vagliato la documentazione integrando anche i rilievi presentati dai comitati di quartiere, descrive un quadro di saturazione ecologica preesistente: l’area è classificata come “Zona Altamente Critica”, piegata da frequenti e prolungati sforamenti dei limiti della qualità dell’aria. I dati parlano chiaro, evidenziando come nel solo corso del 2025 si siano registrati ben 42 superamenti del limite giornaliero consentito per le polveri sottili PM10, con un trend negativo proseguitosi inesorabilmente anche nel 2026.

Ad appesantire la posizione dell’Asl si aggiungono profonde lacune sul piano documentale. Nel fascicolo firmato dai promotori dell’opera mancano infatti elementi conoscitivi cruciali: dai dati epidemiologici della popolazione locale alle stime sulle emissioni cumulative prodotte dal traffico di mezzi pesanti indotto dall’impianto, fino a un’analisi di rischio sanitario strutturata e a un solido piano di monitoraggio periodico. Mancanze strutturali che, di fatto, impediscono l’attivazione della Valutazione di Impatto Sanitario. Secondo i responsabili sanitari, l’intervento progettato non si configurerebbe affatto come una genuina riqualificazione naturalistica della cava dismessa, bensì come il riutilizzo del sito per insediare una vera e propria attività industriale di gestione e trattamento dei rifiuti, con un inaccettabile incremento dei fattori di rischio per i residenti e per i cosiddetti “recettori sensibili” situati a breve distanza, come scuole, strutture sociosanitarie e condotte idriche. Per queste ragioni, l’Asl ha preteso che la propria bocciatura venisse acquisita integralmente agli atti della Conferenza dei Servizi.

Il verdetto dell’Azienda Sanitaria ha dato nuova forza alle battaglie del fronte del “No”, compatto nel respingere il piano della Recupera. A dar voce alla protesta è intervenuto il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Raffaele Aveta, che ha rimarcato come la posizione dell’Asl confermi le perplessità sollevate sul territorio da diversi mesi. Aveta ha sottolineato che il parere dell’autorità sanitaria rafforza le preoccupazioni già ampiamente espresse, richiamando criticità di natura ambientale che le istituzioni competenti non possono permettersi di ignorare o sottovalutare. Per l’esponente pentastellato, il momento richiede massima trasparenza e un’attenta valutazione degli elementi emersi, anteponendo in modo assoluto la difesa della salute dei cittadini a qualsiasi altra logica d’impresa.

Il consigliere del M5S ha poi allargato lo sguardo alla complessa eredità lasciata dalle attività estrattive nel Casertano, ricordando come la frazione di San Clemente e la catena dei Monti Tifatini abbiano già versato un tributo pesantissimo in termini di degrado paesaggistico e inquinamento. In questi mesi, la rete costituita da comitati civici, il movimento “No Cave” e il mondo ambientalista locale ha lavorato per costruire una coalizione coesa per la salvaguardia dell’area. Pensare che una cava possa trasformarsi nell’alloggiamento di un nuovo centro per il trattamento dei rifiuti dimostra, secondo le posizioni di Aveta e degli attivisti, quanto si sia ancora lontani da una corretta sensibilità ecologica. Da Caserta si leva dunque un appello corale per dire basta all’insediamento di ulteriori carichi ambientali in territori già fragili ed esausti, lanciando il monito che sia giunto finalmente il tempo di risanare, proteggere e restituire dignità al patrimonio naturalistico casertano.

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Antonio Casapulla
Giornalista dal 1992, marito e padre. Ama il basket americano, l'antropologia culturale, i fumetti degli anni Ottanta e il cibo della tradizione contadina casertana. Nel corso della sua carriera ha seguito con grande professionalità soprattutto le vicende relative alla criminalità organizzata in provincia di Caserta, maturando un'esperienza sul campo che fa di lui, oggi, uno dei maggiori esperti della storia del clan dei Casalesi in Italia. Nel corso degli anni si è occupato di politica, sport e problematiche del territorio, tanto nelle città quanto nei piccoli centri di provincia, dove la copertura informativa è spesso carente. Insomma, è uno in grado di tirare fuori notizie interessanti anche in quei luoghi nei quali, apparentemente, non si muove una foglia.

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