Botte in carcere a S. Maria C.V., il legale di Acerra: “Caccia alle streghe”

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Botte in carcere a Santa Maria Capua Vetere
Botte in carcere a Santa Maria Capua Vetere
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SANTA MARIA CAPUA VETERE – Nel quadro del maxiprocesso sulle violenze ai danni dei detenuti avvenute il 6 aprile 2020 all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, la posizione di Francesca Acerra, ex capa del Nucleo investigativo regionale della Polizia penitenziaria, continua a rappresentare uno dei nodi cruciali del dibattimento. Nei confronti della funzionaria, i magistrati della Procura (Alessandro Milita, Alessandra Pinto e Daniela Pannone) hanno formulato una richiesta di condanna a 9 anni di reclusione, contestando i reati di depistaggio, falso, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento.

Durante la requisitoria dello scorso luglio, il procuratore aggiunto Alessandro Milita aveva utilizzato parole estremamente severe, definendo l’imputata un tecnico asservito all’allora provveditore regionale delle carceri Antonio Fullone e accusandola di aver sviato l’attività di polizia giudiziaria per mettere in atto un’operazione di mistificazione e contro-indagine finalizzata a ostacolare l’azione della giustizia.

La ricostruzione dell’accusa è stata respinta in aula dall’avvocato Vincenzo Maiello, che difende Francesca Acerra insieme al collega Agostino Di Santo. Il legale ha parlato apertamente di una vera e propria “caccia alle streghe” condotta dai pm, sottolineando quella che ha definito un’impressionante superficialità nella formulazione dei capi di imputazione e l’insistenza nel voler proseguire nell’impianto accusatorio originario a fronte di un assoluto vuoto probatorio. Secondo la tesi difensiva, i magistrati avrebbero subito un condizionamento di natura emotiva, sentendosi traditi dalla funzionaria alla quale avevano inizialmente delegato parte delle indagini sui fatti del 6 aprile.

Per l’avvocato Maiello, la reazione degli uffici della Procura scaturirebbe dall’invio ai carabinieri di un video e di una serie di fotografie scattate la sera del 5 aprile, giorno in cui i detenuti del Reparto Nilo avevano dato vita a una protesta barricandosi nelle sezioni dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19. Quel materiale informativo, contenente anche i reperti e gli oggetti sequestrati la sera precedente alla perquisizione straordinaria del 6 aprile, non sarebbe stato inviato da Acerra per depistare o creare una narrazione comoda alla catena di comando, bensì nell’alveo di un corretto e costante rapporto di collaborazione istituzionale con la Procura. Il dibattimento prosegue ora con gli interventi dei legali degli altri imputati coinvolti nell’inchiesta sulla perquisizione del Reparto Nilo. Si ricorda che per tutti i soggetti a giudizio vige il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino all’eventuale pronuncia di una sentenza di condanna definitiva.

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