NAPOLI (Anastasia Leonardo) – La Campania si è svegliata con le autostrade in tilt, code chilometriche e il traffico delle merci fortemente rallentato. Ma dietro i disagi provocati dalla protesta degli autotrasportatori c’è una realtà che merita di essere ascoltata, prima ancora che giudicata: quella di lavoratori e imprese che denunciano costi ormai insostenibili e chiedono di poter continuare a lavorare senza essere schiacciati dal prezzo del carburante. La mobilitazione, partita intorno alla mezzanotte di domenica nella zona di Caianello, ha interessato alcuni dei principali snodi della rete autostradale campana.
Circolazione rallentata o bloccata sull’A1 e sull’A30, con criticità tra Napoli Nord, Caserta Sud, Caserta Nord, Palma Campania, Sarno e Nocera-Pagani. A Caserta Sud la strada risulta occupata dai manifestanti. Sull’Autostrada del Sole si sono registrati otto chilometri di coda tra Caserta Sud e Santa Maria Capua Vetere in direzione Roma, mentre sull’A30 un chilometro di rallentamenti ha interessato il tratto tra Maddaloni e il bivio con l’A1. Il collegamento autostradale, chiuso nella notte, è stato riaperto poco dopo mezzogiorno.
La protesta è arrivata anche al porto di Napoli, dove alcuni mezzi pesanti hanno bloccato il varco Bausan, in via Reggia di Portici, ostacolando l’accesso dei camion diretti agli imbarchi. I varchi portuali sono rimasti liberi, ma la circolazione dei mezzi commerciali si è progressivamente ridotta. Se la situazione dovesse proseguire, potrebbero verificarsi ripercussioni sugli imbarchi per Ischia, Capri e Procida e sui collegamenti marittimi con Palermo. Alcuni autotrasportatori stanno cercando percorsi alternativi attraverso la viabilità cittadina, mentre altri diretti alle isole stanno valutando le partenze da Pozzuoli.
Eppure, dietro le file di camion e le difficoltà per gli automobilisti, c’è una domanda che non può essere liquidata con un semplice invito a liberare le strade: quanto può resistere un settore quando il costo necessario per lavorare diventa sempre più difficile da sostenere? «Il gasolio oggi lo paghiamo 2,30 e 2,35 al litro», ha denunciato un lavoratore del trasporto container del porto di Napoli sollevando anche interrogativi sui prezzi e chiedendo che si faccia chiarezza sulle possibili speculazioni. «Siamo arrivati al limite ormai», ha dichiarato, invitando i colleghi del Nord a unirsi alla mobilitazione in un gesto di solidarietà.
È questo il cuore della protesta. Non una battaglia da incasellare automaticamente negli schieramenti politici, non una manifestazione da liquidare come strumento di questa o quella parte, ma la rivendicazione concreta di una categoria che chiede condizioni economiche sostenibili. Perché un autotrasportatore non può lavorare in perdita, né può assorbire indefinitamente aumenti che mettono a rischio la sopravvivenza della sua impresa. E quando a essere in difficoltà sono i piccoli operatori, il problema riguarda migliaia di famiglie e un’intera filiera economica. La mobilitazione coinvolge anche altre regioni del Mezzogiorno, dalla Basilicata alla Calabria, dal Molise alla Puglia fino alla Sicilia. Un’estensione territoriale che dimostra quanto il problema sia tutt’altro che circoscritto. Il trasporto su gomma è essenziale per rifornire negozi, aziende e stabilimenti: se chi garantisce ogni giorno questo servizio non riesce più a coprirne i costi, le conseguenze finiscono per ricadere su tutta la collettività.
Naturalmente, i disagi alla circolazione sono reali e pesano sui cittadini, sui pendolari e sulle imprese. Ma riconoscerlo non significa delegittimare chi protesta. La solidarietà verso gli autotrasportatori non impone di ignorare le difficoltà degli automobilisti: impone, piuttosto, di comprendere che entrambe le situazioni sono il risultato di un problema che richiede risposte rapide e concrete. La questione, dunque, non è stabilire chi abbia ragione attraverso contrapposizioni politiche, ma ascoltare una richiesta che nasce da condizioni di lavoro sempre più difficili. Servono verifiche sui prezzi del carburante, misure capaci di alleggerire i costi e un confronto serio con la categoria. Perché dietro ogni camion fermo c’è un lavoratore che non chiede privilegi, ma la possibilità di continuare a lavorare senza essere costretto a scegliere tra sostenere le spese e portare a casa uno stipendio. E questo, al di là di ogni appartenenza politica, è un problema che riguarda tutti.







