Le carte dell’inchiesta sul clan Zagaria: De Rosa e quella tentazione di rivolgersi a Garofalo “per non compromettersi”

Marcello De Rosa (non indagato) avrebbe pensato di coinvolgere Costantino dopo un litigio tra la moglie e un uomo

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De Rosa e Garofalo
L'ex sindaco Marcello De Rosa e Costantino Garofalo

Un punto di riferimento per chi voleva risolvere le ‘questioni’ non attraverso canali legali, ma secondo logiche di forza e intimidazione.
Un tempo, in varie aree del Casertano (e non solo), erano i padrini, i boss storici (ormai quasi tutti in carcere) a incarnare quel ruolo. Oggi, secondo la Dda di Napoli, quella funzione c’è ancora (perché c’è una cultura di fondo che spinge a cercarla) e sarebbe passata anche ai nuovi volti. Anche ai rampolli, per il territorio di Casapesenna, della fazione Zagaria. E tra questi gli inquirenti collocano Costantino Garofalo, ora 29enne, indicato come uno dei riferimenti operativi del presunto gruppo finito al centro dell’inchiesta dei carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta.

A fotografare questo profilo, per la Procura, non ci sarebbero soltanto gli episodi più gravi contestati nel fascicolo coordinato dai pm della Dda di Napoli, dalle armi alle intimidazioni. C’è anche una vicenda che gli investigatori definiscono emblematica del peso attribuito a Garofalo sul territorio e dei rapporti che avrebbe intrattenuto con figure della politica locale.

Il riferimento è a Marcello De Rosa, già primo cittadino di Casapesenna e, fino a qualche settimana fa, vicesindaco della giunta guidata da Giustina Zagaria. Il suo nome compare negli atti di indagine per una conversazione intercettata il 29 luglio 2024, quando si trova con Garofalo e un altro giovane.

De Rosa (leader regionale di Noi Campani), va precisato, per quanto a nostra conoscenza, non è indagato ed è estraneo all’inchiesta sul presunto nuovo gruppo Zagaria.

Il tema è un litigio avvenuto il giorno precedente. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, De Rosa avrebbe raccontato di essere stato sul punto di reagire fisicamente contro un uomo che avrebbe mancato di rispetto alla moglie, spingendola durante una discussione.
Per gli investigatori, il dato rilevante non è soltanto l’episodio in sé. Nella conversazione, secondo la lettura dell’Antimafia, emergerebbe anche l’ipotesi di rivolgersi a Garofalo per evitare un’esposizione diretta. Una possibilità, non un ordine eseguito. Ma per la Procura, guidata da Nicola Gratteri, quel passaggio avrebbe un peso preciso: mostrerebbe come Garofalo venisse percepito quale soggetto capace di intervenire, farsi ascoltare e incutere timore.

Nella lettura accusatoria, infatti, la vicenda non viene richiamata per contestare un reato a De Rosa, ma per descrivere i rapporti di forza sul territorio. Il ricorso a Garofalo, anche solo ipotizzato, viene interpretato dagli inquirenti, che hanno fatto scattare il fermo per Garofalo e altri sette indagati, come il riconoscimento di una sua presunta autorità criminale, ritenuta superiore alla giovane età e già consolidata nell’area di Casapesenna.

Nel dialogo, sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori, emerge anche il tema del ‘non compromettersi’. Per la Dda, quel passaggio sarebbe significativo perché descriverebbe, almeno sul piano investigativo, l’idea di affidarsi a soggetti ritenuti capaci di regolare controversie con modalità intimidatorie, anziché seguire i canali istituzionali. È questo, nell’impostazione della Procura, il punto politico e criminale della vicenda: la presunta capacità del gruppo di proporsi come giustizia parallela, come canale alternativo alla denuncia e alle istituzioni.

Gli atti di indgine richiamano poi un’altra conversazione, del 5 marzo 2026, tra Garofalo e un amico, nella quale lo stesso indagato, con tono indicato come ironico, farebbe riferimento alla ‘malavita’. Anche questo passaggio viene letto dagli inquirenti come un ulteriore tassello del quadro: non una prova isolata, ma un elemento inserito nella ricostruzione complessiva del ruolo che Garofalo avrebbe avuto nella consorteria casalese.

Per la Procura, dunque, il profilo di Garofalo tracciato dall’inchiesta dei carabinieri non è solo quello di un uomo coinvolto in affari illeciti o in episodi intimidatori. È quello di un soggetto al quale, secondo l’accusa, ci si poteva rivolgere per mandare messaggi, ottenere interventi e ristabilire gerarchie. Una presunta funzione di mediazione violenta che, nell’impianto dell’Antimafia partenopea, rappresenterebbe uno dei segnali della presenza viva della fazione Zagaria sul territorio.

Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari. Garofalo e gli altri indagati sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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