SANTA MARIA CAPUA VETERE – Un nuovo, durissimo colpo è stato inferto oggi, 15 aprile 2026, alla struttura economica e relazionale del clan dei Casalesi. La Direzione Investigativa Antimafia ha dato esecuzione a due complessi provvedimenti di sequestro emessi dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sezione Misure di Prevenzione, svelando ancora una volta l’inestricabile intreccio tra mafia, imprenditoria e politica che per decenni ha soffocato il territorio. L’operazione, che ha portato a sigillare beni per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro, trae origine da tre distinte proposte di misura di prevenzione, sia patrimoniali che personali, avanzate congiuntamente dal Procuratore della Repubblica di Napoli e dal Direttore della DIA. Nel mirino degli investigatori sono finiti soggetti di elevatissimo spessore criminale, figure storiche che hanno garantito uno stabile e fondamentale contributo all’organizzazione camorristica nelle sue varie articolazioni.
Il primo provvedimento ha colpito al cuore gli interessi economici di un importante affiliato, un imprenditore edile che, forte del suo legame con il clan, era riuscito a diventare un vero e proprio monopolista nel settore dei marmi, dei porfidi e dei materiali per la cantieristica stradale. Le indagini hanno ricostruito il suo legame indissolubile con la famiglia Schiavone, per la quale non solo gestiva aziende ma fungeva da perno nelle attività di riciclaggio e reimpiego dei capitali illeciti. Un sistema collaudato che prevedeva il cambio di assegni e l’intestazione fittizia di beni a prestanome per occultare la provenienza del denaro. La sua caratura criminale era già stata cristallizzata dalla condanna definitiva nel maxi-processo “Spartacus” per associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.), reato che gli è stato nuovamente contestato nel 2022, a testimonianza di un sodalizio mai interrotto. Le indagini della DIA di Napoli, coordinate dalla DDA partenopea, hanno dipinto il ritratto di un uomo dalla doppia vita: da un lato, gestore di fiorenti attività commerciali attraverso un complesso sistema di “scatole cinesi” per schermare la reale proprietà; dall’altro, uomo di fiducia del clan per il reimpiego dei proventi illeciti negli appalti pubblici. In questa attività era coadiuvato da uno stretto congiunto, anch’egli colpito oggi da sequestro, che lo aiutava nella gestione di imprese edili, alcune a lui direttamente riconducibili, altre intestate a terzi.
Contemporaneamente, una seconda ordinanza ha raggiunto un altro storico affiliato, anch’egli con un curriculum criminale segnato da condanne definitive. Il suo ruolo nel clan era strategico e poliedrico: operava nel campo delle estorsioni, gestiva il reinvestimento dei profitti illeciti, eseguiva gli ordini dei vertici detenuti tramite i loro congiunti e, soprattutto, fungeva da “tenutario dei rapporti con il mondo politico”. Le indagini lo descrivono come uno dei più attivi collaboratori di un politico locale di grosso spessore, già assessore a Casal di Principe e plurivotato alle elezioni amministrative. L’uomo agiva da “collante” tra il candidato e il clan, garantendo un canale di comunicazione e di scambio di favori essenziale per il controllo del territorio.
Le meticolose indagini patrimoniali hanno fatto emergere una palese sproporzione tra i redditi dichiarati dai proposti e dai loro prestanome e le loro reali disponibilità patrimoniali e finanziarie. Di fronte a questo quadro, il Tribunale ha disposto il sequestro finalizzato alla confisca per l’imprenditore e il suo parente, e il sequestro con contestuale confisca di primo grado per il terzo soggetto, il “trait d’union” con la politica. Sono stati così posti sotto vincolo dello Stato 4 società, 5 beni immobili, 2 autovetture e ben 24 rapporti finanziari. Si precisa, come da prassi, che il provvedimento si colloca nella fase cautelare del procedimento di prevenzione e non è definitivo, consentendo ai destinatari di avvalersi dei mezzi di impugnazione previsti dalla legge.














