NOMI E FOTO. Condannati i boss del clan di Scanzano. Il tramonto della cosca D’Alessandro a Castellammare di Stabia

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Arresti 18 giugno 2026
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CASTELLAMMARE DI STABIA – Il tempo del dominio incontrastato è scaduto. Con una sentenza che scuote le fondamenta di Castellammare, il gup Guerra ha messo la parola fine al primo capitolo del processo contro il clan D’Alessandro, la cosca che per mezzo secolo ha dettato legge tra i vicoli del rione Scanzano e nei palazzi del potere cittadino.

Novanta anni di reclusione complessivi: un conto salato che archivia l’era di una delle organizzazioni criminali più feroci e ramificate della Campania. L’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia ha retto l’urto del rito abbreviato, confermando come la cosca non fosse solo un gruppo di criminali, ma una vera e propria multinazionale del crimine capace di stringere in una morsa soffocante l’intera area stabiese.

Le indagini hanno svelato una rete tentacolare che ha allungato le mani sugli appalti pubblici, sull’Asl Napoli 3 Sud e persino sul cuore dell’amministrazione comunale, tra estorsioni a tappeto e minacce a magistrati. A pagare il prezzo più alto è stato il boss Pasquale D’Alessandro, tornato da poco dal regime del 41 bis e condannato a 12 anni e 2 mesi di reclusione. Con lui, a chiudere il vertice dell’organizzazione, vi sono il fratello Vincenzo D’Alessandro e Paolo Carolei, entrambi destinatari di una condanna a 12 anni ciascuno.

Il potere finanziario della cosca è stato duramente colpito con la condanna a 10 anni e 4 mesi per Antonio Salvato, l’esattore del clan a cui sono stati confiscati anche 180 mila euro, e con la pena di 7 anni e 8 mesi inflitta al cassiere Michele Abbruzzese. Il processo ha inoltre fatto luce sulla gestione operativa dei traffici illeciti. Massimo Mirano, ritenuto il referente per lo spaccio nel rione Cicerone, dovrà scontare 8 anni e 4 mesi, mentre Giuseppe Oscurato, braccio destro di Vincenzo D’Alessandro, è stato condannato a 7 anni e 8 mesi.

Non mancano le figure che univano la fedeltà criminale a una parvenza di vita pubblica: è il caso di Catello Iaccarino, imprenditore ed ex candidato al consiglio comunale, condannato a 6 anni e 10 mesi per il suo ruolo in un’estorsione. Chiudono il quadro Biagio Maiello, autista e uomo di fiducia del boss, condannato a 6 anni e 8 mesi, e infine Giovanni D’Alessandro, detto “Giovannone”, il cui ruolo di colonnello gli è valso 4 anni di carcere.

Il magistrato Francesco De Falco ha tratteggiato il ritratto di una “mafia stabiese” capace di tramandare il potere di padre in figlio, fin dai tempi del padrino Michele D’Alessandro. Nonostante il giudice abbia in alcuni casi limato le richieste della procura, la sostanza del verdetto rimane un macigno.

Oggi, il rione Scanzano conta i suoi capi dietro le sbarre. Per Castellammare, questa sentenza non è solo la chiusura di un fascicolo, ma un segnale che lo Stato ha ripreso il controllo, strappando il territorio dalla morsa di una dinastia che per decenni ha preteso di essere legge.

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