Conte pronto al lockdown fino al 3 maggio: poche deroghe

Tensione con Italia Viva di Matteo Renzi

Foto Filippo Attili / Palazzo Chigi/ LaPresse in foto Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

Avanti con il lockdown fino al 3 maggio, con poche deroghe. E’ questa l’ipotesi sul tavolo del Governo, anche se il nuovo Dpcm dovrebbe arrivare solo martedì. Giuseppe Conte ne parla prima con i capidelegazione dei partiti di maggioranza al Governo, poi con sindacati e imprese, infine con Governatori e sindaci.

La linea la dà, replicando alle richieste arrivate ieri dagli industriali del Nord, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: “Il Governo ha le idee chiare, dobbiamo mettere in sicurezza il Paese. Con la salute a rischio, non c’è economia e non c’è sviluppo”, dice sicuro. Il premier lo ribadisce ai suoi interlocutori: “Non ci sono ancora le condizioni per far ripartire le attività sospese. Prima di tutto la salute dei lavoratori”, ribadisce, pur rassicurando i suoi interlocutori sul lavoro in atto sulla Fase 2.

Non tutti, all’interno della maggioranza, però, sono dello stesso avviso. Italia viva continua a spingere per avere “più coraggio”. La posizione del Governo, viene spiegato, sarebbe quella di arrivare al 3 maggio con un Dpcm poco diverso da quello attualmente in vigore, che scadrà il prossimo 13 aprile, valutando la possibilità di poche riaperture mirate nell’ambito dei codici Ateco. Si parla di alcune attività sanitarie e agroalimentari, della silvicoltura, di librerie e cartolerie. Troppo poco per Matteo Renzi. E infatti il confronto di Teresa Bellanova con il premier e gli alleati è “acceso”, per poco non si arriva allo scontro. Per la capodelegazione Iv, arrivare così al 4 maggio, è “troppo tardi”. “Se aspettiamo il rischio zero non apriamo più, nemmeno il 4 maggio. E c’è il rischio che diventi il 4 giugno”, è il ragionamento fatto al presidente del Consiglio dalla ministra dell’Agricoltura. La posizione di Iv è invece quella di togliere dal tavolo ogni discorso cronologico e procedere attraverso una mappatura dei dati epidemiologici territoriali, delle garanzie di sicurezza per lavoratori e del distanziamento sociale. Seguendo questo modello, è la linea, sarebbe possibile un calendario di riapertura progressivo.

Non la pensa così Roberto Speranza. La Fase due va preparata bene, servono precondizioni essenziali a partire da buoni dati e potenziamento di Covid Hospital e Servizio sanitario nazionale, insiste. Con lui c’è il comitato tecnico scientifico: “Tutto quello che riguarderà politiche di riaccensione delle attività produttive non essenziali andrà fatto con molta cautela per evitare di andare incontro alla seconda ondata – avverte il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli -. Grande attenzione a sostenere l’economia del Paese ma altrettanta o forse prioritaria per la salute”.

Sarà un gruppo di lavoro composto da esperti di modelli organizzativi del lavoro, sociologi, psicologi, statistici ad aiutare il Governo a programmare la ripartenza, ridefinendo anche i nuovi modelli sanitari e di sicurezza. Condividono la scelta fatta dal Governo Cgil, Cisl e Uil, che ribadiscono al presidente del Consiglio “la necessità di mantenere al centro delle decisioni dell’esecutivo la salute e la sicurezza di tutti i lavoratori”, raccomandandosi affinché vengano “evitate le forzature che si sono registrate in alcuni territori, alle decisioni prefettizie in merito alle autocertificazioni delle imprese”. Si limita a prendere atto della decisione presa da palazzo Chigi Confindustria.

di Nadia Pietrafitta (LaPresse)

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