Corruzione per gli appalti della Tav, va in carcere Salzillo e domiciliari per Colella. Decisive le nuove intercettazioni

L'imprenditore avrebbe violato il divieto di comunicare con persone esterne utilizzando il telefono della moglie. Il gip aggrava le misure anche per l'ex consigliere comunale di Marcianise

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Colella e Salzillo
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MARCIANISE – Era agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti pagate per ottenere commesse nei cantieri dell’Alta velocità Napoli-Bari e sullo sfruttamento dei lavoratori. Ma, secondo i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli, Dante Salzillo avrebbe continuato a comunicare con persone esterne alla propria abitazione e a occuparsi degli affari della sua azienda, Areco, violando le prescrizioni imposte dal giudice.

Per questo il gip di Napoli Federica Girardi ha disposto la custodia cautelare in carcere per l’imprenditore di Marcianise. Decisive le conversazioni intercettate attraverso il telefono della moglie, Caterina Iadicicco (estranea all’inchiesta), che secondo gli investigatori avrebbe fatto da intermediaria nei contatti con Giandomenico Colella, ex consigliere comunale e collaboratore di Salzillo.

I due avrebbero discusso delle indagini, delle contestazioni e delle strategie difensive. Salzillo, inoltre, avrebbe continuato a impartire disposizioni sulla gestione aziendale, intervenendo anche dopo il furto delle chiavi di alcuni mezzi di Areco.

Si aggrava anche la posizione di Colella, per il quale il gip ha disposto gli arresti domiciliari, sostituendo l’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. Pur non avendo violato formalmente le precedenti prescrizioni, secondo il giudice avrebbe continuato a mettersi a disposizione di Salzillo, discutendo delle indagini e delle strategie processuali. Un comportamento che, valutato insieme agli altri elementi investigativi, ha rafforzato le esigenze cautelari, anche per il rischio di inquinamento probatorio.

Ad assistere i due, i legali Angelo Raucci, Nicola Russo e Ferdinando Letizia.

Sullo sfondo resta il filone antimafia dell’inchiesta. La Dda aveva ipotizzato un’agevolazione del clan Belforte attraverso affidamenti nei cantieri dell’Alta velocità, anche a vantaggio di imprese ritenute legate a Camillo Belforte, figlio del boss Domenico, detto ‘Mimì ‘e Mazzacane’. Il gip non ha riconosciuto l’aggravante mafiosa, ma la Procura ha presentato appello contro questa valutazione.

Le accuse restano da accertare nel prosieguo del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

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