Crisi Hormuz: crolla l’offerta, prezzi petrolio record

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Crisi energetica
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L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha pubblicato il suo aggiornamento mensile, certificando uno stato di profonda instabilità per il mercato energetico. Il sistema sta affrontando uno shock simultaneo su più fronti, innescato dalla crisi geopolitica in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

La conseguenza principale è stata una revisione drastica delle stime sulla domanda di petrolio per il 2026. L’IEA prevede ora un calo di 80.000 barili al giorno, ribaltando completamente le previsioni precedenti che indicavano una crescita di 730.000 barili.

Il rallentamento della domanda ha assunto un carattere globale. Partito da Medio Oriente e Asia-Pacifico, il fenomeno si è esteso a tutte le economie a causa della combinazione di prezzi elevati e scarsità di prodotto. La contrazione ha toccato 800.000 barili giornalieri a marzo e ben 2,3 milioni ad aprile, il calo più netto registrato dai tempi della pandemia.

I settori più colpiti sono stati quelli legati alla mobilità e alla petrolchimica. Il consumo di carburante per aerei è crollato per la riduzione dei voli, mentre l’industria petrolchimica asiatica ha dovuto tagliare la produzione per mancanza di materie prime. Anche famiglie e imprese che utilizzano GPL hanno subito un impatto diretto su costi e disponibilità.

Sul fronte dell’offerta, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha rappresentato il fattore di destabilizzazione più grave. Le spedizioni attraverso questo passaggio strategico sono precipitate da oltre 20 milioni di barili al giorno a circa 3,8 milioni. Le rotte alternative hanno parzialmente compensato il blocco, ma non sono state sufficienti a riequilibrare il mercato.

L’effetto complessivo è stato una riduzione drastica delle forniture globali. Le perdite cumulative sono state stimate in oltre 360 milioni di barili a marzo e 440 milioni ad aprile. Anche la capacità di raffinazione è risultata compromessa, con tagli alla lavorazione per circa 6 milioni di barili al giorno in Medio Oriente e Asia.

L’inevitabile risultato dello shock sull’offerta è stata un’impennata dei prezzi. Il greggio di riferimento North Sea Dated è salito a circa 130 dollari al barile, con un incremento di 60 dollari rispetto ai livelli pre-conflitto. I prodotti raffinati hanno registrato aumenti ancora più marcati, con i distillati medi a Singapore che hanno superato i 290 dollari al barile, segnando nuovi massimi storici.

In questo quadro, le analisi degli organismi internazionali divergono. Mentre l’IEA ha enfatizzato la contrazione della domanda, l’OPEC ha mantenuto una visione più ottimistica, prevedendo per il 2026 una domanda globale di circa 106,5 milioni di barili al giorno, in crescita rispetto al 2025.

Uno studio dell’Oxford Institute for Energy Studies ha inoltre evidenziato la vulnerabilità strutturale dell’Europa, che affronta un problema non solo di disponibilità, ma anche di qualità del greggio. Per compensare lo shock, i Paesi membri hanno approvato il rilascio di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, una misura considerata solo un sollievo temporaneo.

Le prospettive future restano legate all’evoluzione del conflitto. L’IEA ha delineato uno scenario in cui le forniture torneranno a circolare entro la metà del 2026, mantenendo però il mercato in un equilibrio fragile. Uno scenario più critico, con interruzioni persistenti, continuerebbe a esercitare una pressione insostenibile sulle economie importatrici.

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