“Sono un lavoratore”. Bryan Cristante si descrive così, un professionista che in otto anni a Roma è diventato un punto di riferimento per compagni e allenatori. Un percorso che lo ha visto crescere fino a indossare la fascia di capitano, un ruolo che considera un onore.
“Ho l’orgoglio, insieme a Pellegrini e Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club”, ha spiegato il centrocampista. Un legame viscerale, lo stesso che i tifosi hanno con la squadra e che si percepisce fin dal primo momento in città.
Appena arrivato a Roma, la prima frase che si è sentito rivolgere è stata: “Mi raccomando il derby”. Cristante ha capito subito che quella è una partita diversa dalle altre, che va oltre i tre punti. La città, d’altronde, sa dare tanto ma anche chiedere molto, passando “troppo velocemente dall’esaltazione alla depressione”.
Dopo quasi un decennio nella Capitale, il mediano si sente romano d’adozione. Ha imparato a conoscerne abitudini e angoli nascosti, anche se girare per Trastevere “rimane un po’ più complicato”. Tra i suoi luoghi del cuore c’è Monteverde Vecchio, dove ha vissuto a lungo. La romanità è entrata nel suo quotidiano, tanto da confessare: “Qualche insulto in dialetto mi esce”, merito anche di maestri come De Rossi, Florenzi e Pellegrini.
Tra le oltre trecentosessanta presenze in giallorosso, ci sono partite che restano indelebili. “Le due finali di Coppa sicuramente”, ha raccontato, riferendosi alla Conference League vinta contro il Feyenoord e all’Europa League persa contro il Siviglia. A queste aggiunge l’ultima giornata del campionato appena concluso, che ha garantito il ritorno in Champions League.
Nel corso della sua lunga esperienza romana, ha lavorato con allenatori molto diversi. “Mourinho ha dato concretezza a tutta la squadra, ci ha trasmesso il suo carisma e inculcato il bisogno di vincere”, ha affermato. Con il tecnico portoghese la squadra ha raggiunto due finali europee consecutive: “Ci siamo divertiti anche con Mourinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello”.
Su Gian Piero Gasperini, che conosceva già dall’Atalanta, ha le idee chiare: “È forte, c’è poco da fare. In campo si fa sentire e soprattutto capire. Che tu sia inglese o cinese, capisci subito cosa vuole da te”. Il suo calcio è definito “offensivo, moderno, faticoso ma divertente”, basato su corsa, attacco e recupero palla.
La sua indispensabilità per ogni allenatore ha una spiegazione semplice. “Mi piace lavorare tutti i giorni, essere sempre sul pezzo e fare quello che mi chiede il mister. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto”. Un approccio che lo ha portato a essere un giocatore versatile, capace di adattarsi a diverse posizioni in campo a seconda delle necessità della partita.









