Vincenzo Iaquinta ha intrapreso da oltre dieci anni una battaglia che va oltre il campo da calcio, un percorso segnato da vicende giudiziarie che hanno oscurato i suoi successi sportivi. L’ex attaccante, campione del mondo nel 2006, si è raccontato parlando del dramma che ha coinvolto la sua famiglia, in particolare suo padre Giuseppe, condannato per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Aemilia” e detenuto dal 2015.
“Prima mi chiamavano ‘campione del mondo’, oggi sono considerato un mafioso”, ha dichiarato Iaquinta. “È un accanimento incredibile. Paghiamo per il cognome, non per altro”. La vicenda giudiziaria ha toccato direttamente anche l’ex calciatore, condannato con pena sospesa per la mancata custodia di due pistole e proiettili, ceduti al padre.
“È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate”, ha spiegato, definendo un’assurdità l’accusa di aver agevolato i clan con armi legali. “Sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da dieci anni con un incubo che sembra non avere fine”.
Nonostante questo, i ricordi della carriera restano indelebili, primo fra tutti il trionfo al Mondiale di Berlino. “La sensazione provata nel momento in cui Cannavaro alza la coppa è indescrivibile. Ho ancora i brividi”. Un’avventura iniziata con un suo gol all’esordio contro il Ghana, un momento che ha ripagato anni di sacrifici. Il segreto di quel gruppo, ha spiegato, era l’umiltà e un’incredibile sintonia, fatta anche di scherzi e prese in giro tra compagni.
Nel suo percorso ha incrociato allenatori che hanno segnato la sua crescita. Luciano Spalletti, ai tempi dell’Udinese, è stato un precursore. “Avevamo un gioco spettacolare, Luciano era dieci anni avanti a tutti”. Iaquinta ha ricordato un aneddoto curioso: “Nello spogliatoio ero il campione di braccio di ferro, ma un giorno mi sfidò lui e a momenti mi spaccava il braccio. Questo è Spalletti: un martello in campo, ma capace di fare gruppo”.
Un altro tecnico fondamentale è stato Marcello Lippi, che ha creduto in lui portandolo fino alla Nazionale. Un grande rimpianto, invece, è legato ad Antonio Conte. “Quando è arrivato alla Juventus mi voleva tenere. Stavo bene, ma un ennesimo infortunio ha bloccato tutto. Non aver giocato per lui resta un rammarico che mi porto dentro”.
Proprio gli infortuni hanno rappresentato il tasto dolente della sua carriera, minandone la continuità e la serenità mentale. Tra i tanti campioni con cui ha giocato, un nome spicca su tutti: “Ho giocato con tantissimi fuoriclasse, ma se devo fare un nome dico Buffon. Era impressionante. Quando in allenamento decideva che non avremmo fatto gol, potevamo anche andare a fare la doccia. È il portiere più forte della storia”.










