Il 2018 del cambiamento e il ‘male necessario’

Doveva essere l’anno del cambiamento e, senza andare troppo per il sottile, lo è stato per davvero. Matteo Renzi non è più segretario del Pd, Silvio Berlusconi non siede in parlamento; al governo, per la prima volta dopo decenni di bianco, rosso e nero, ci sono due colori che non s’erano mai visti prima: il giallo del Movimento 5 Stelle e il verde della Lega. Basta questo per definire questo 2018 che oggi si conclude ‘politicamente rivoluzionario’, ma per chiudere il cerchio serve ancora un po’ di purgatorio. Perché, diciamocelo: gli italiani avranno pure raggiunto il loro scopo principale, ovvero quello di togliere il potere dalle mani dei baroni di Pd e Forza Italia, ma si sono consegnati – consapevolmente – a una classe politica maldestra e senza storia. Che poco o nulla farà perché ha già assolto al suo compito principale: liberare gli italiani dal ghigno di Renzi e dal cerone di Berlusconi. I due compari ci credevano sul serio che col Rosatellum sarebbero riusciti nuovamente a prendersi il Parlamento: avevano studiato nei minimi particolari una legge elettorale che avrebbe dovuto renderli padroni dell’Italia a lungo, mettendo fuori gioco un Movimento 5 Stelle che già da qualche anno si mostrava ‘pericoloso’. Osservavano da tempo gli italiani, sempre più allergici alle urne: l’astensionismo sarebbe stato la loro vittoria. E invece il 4 marzo 2018 la prima rivoluzione l’hanno segnata i numeri dell’affluenza: in quel 73% di uomini e donne ai seggi tutta la rabbia e la voglia di mandare a casa chi fino a quel momento ci aveva sfacciatamente preso in giro. E’ questo che gli italiani non hanno perdonato a Renzi e a Berlusconi: la sfacciataggine con cui hanno governato (uno ufficialmente, l’altro dietro le quinte del patto del Nazareno) il Paese. A loro uso e consumo. La vicenda delle Popolari, le telefonate con De Benedetti, la strenua difesa della legge Fornero nonostante milioni di esodati, il blitz fortunatamente fallito sulla Costituzione, i soldi bruciati per l’Air Force Renzi: tutto questo mentre, tra il 2012 e il 2017, 878 italiani si toglievano la vita per motivi economici. Davanti a uno scenario del genere, qualsiasi alternativa sarebbe stata migliore: anche avere al governo due partiti che fra loro non hanno nulla in comune, se non il nemico. E pazienza se il prezzo da pagare sono Conte, Toninelli, la Castelli e un ministro dell’Interno che ogni giorno ci informa su ciò che mangia. Il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato Lega e Movimento 5 Stelle non per il reddito di cittadinanza né per ridare l’Italia agli italiani ma solo per scongiurare la dittatura renzusconiana. Ci sono riusciti e va bene così. La missione è stata portata a termine. Ecco perché, nonostante nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale sia stata mantenuta, nonostante le figure barbine a cui ci espongono ministri e sottosegretari, in Italia e in Europa, nonostante la palese incapacità di questa classe dirigente, il gradimento resta pressoché inalterato. La variabile è solo una: dopo un’uscita televisiva di Lega o M5S cala lievemente, ma se nei talk compaiono un renziano duro e puro o un membro del cerchio magico la curva gialloverde impenna. Il teorema è più valido che mai, l’hanno capito tutti. Tranne Matteo e Silvio, ostinatamente, pervicacemente, ossessivamente attaccati all’idea del ritorno. Non tornate, abbiate pietà dell’Italia e degli Italiani: o il male necessario che risponde al nome di Salvimaio dovremo tenercelo per troppo tempo.

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