Il patriarcato

Se andate a sfogliare un vocabolario di Italiano, se ancora ne siete in possesso, in un’epoca in cui la lingua italiana correntemente parlata è ormai piena di parole straniere e di acronimi e quella scritta quasi sempre piena di strafalcioni, alla parola “patriarcato” troverete la definizione “governo del padre” oppure “dominio del padre”. Non credo ci sia bisogno di interpellare sociologi o storici per sentirli asserire che tale espressione è ormai priva di significato e, soprattutto, anacronistica perché riferibile a tempi ormai lontani, nella gestione del nucleo familiare. Da oltre mezzo secolo nelle case vige un regime di parità tra moglie e marito anche in ossequio al nuovo diritto di famiglia che è legge dello Stato dal 1975. Una legge che ha abrogato ogni subalternità della donna nell’unione matrimoniale, imponendo una gestione paritetica della famiglia, nell’educazione della prole e nella fissazione della residenza secondo le esigenze complessive dei coniugi. A questo vanno aggiunte tutte le conquiste di genere avvenute nel corso degli anni in ogni ambito sociale, politico e lavorativo. Conquiste che hanno archiviato, come desuete, oltre che illegittime, vecchie mentalità e pretese dominanti. Tuttavia in questi giorni, dopo l’ennesimo triste femminicidio, quello della giovane Giulia Cecchettin, non si discute d’altro che di “regime patriarcale” da archiviare perché ipotizzato come fonte di comportamenti violenti e di sopraffazione del genere maschile su quello femminile. Una supposizione alquanto farlocca e fuorviante che contrasta con il profilo fragile e violento di taluni uomini – si fa per dire – non più educati dai “no”, da codici di comportamento familiari, dall’essere ammaestrati in una scuola allo sbando. Se la tolleranza è un dato culturale anche la stessa scuola finisce per essere accomunata nel naufragio della famiglia e delle istituzioni educative e correttive. Risultato: abbiamo un esercito di cocchi di mamma abituati ad averla sempre vinta, a veder sempre e comunque solidali i propri genitori in ogni occasione. Giovin signori, di Pariniana memoria, che pascolano fino a tarda età fra le mura della casa natia e che crollano innanzi al primo dramma esistenziale o sentimentale. Dalla fragilità e dalla frustrazione, di coloro che non sono temprati da una adeguata educazione, nasce l’inadeguatezza ad affrontare un civile confronto, ad accettare che si debba rispettare chi si oppone al proprio modo di vedere le cose, oppure esprima una diversa opinione. In tali soggetti l’amore si manifesta spesso deformato nella sua vera essenza, diventa un’implicita licenza di possesso e facoltà di manipolazione dell’altro sesso, inducendo l’idea che si possa disporre della vita e della esistenza stessa della persona amata. Scompare in tal modo ogni tolleranza, ogni accoglienza ed accettazione della diversa identità dell’altro. Non servono corsi di educazione sentimentale perché ogni individuo ama diversamente, ogni coppia ha una propria identità affettiva. Servono, invece, i modelli di civiltà comportamentale, il rispetto delle regole e dei dinieghi, la conoscenza dell’intera declinazione dei principii di buona educazione civica e morale, quella che i genitori dovrebbero inculcare, faticosamente, nel corso degli anni ai propri figli. Così purtroppo non è più perché il nucleo familiare si dissolve ormai spesso prematuramente, per l’insorgere di motivi egoistici dei genitori poco vocati ai sacrifici e questi bamboccioni senza punti di riferimento certi e costanti sono lasciati a se stessi ed alla loro incapacità di gestirsi. Rivoltare la frittata inventandosi l’esistenza di un paternalismo patriarcale ed oppressivo è una delle tante alzate d’ingegno menzognere di quelle teorie “emancipanti” caratteristiche del cosiddetto “politicamente corretto”. Un espediente utilizzato da una “Nouvelle Vague” non sappiamo da chi o da cosa accreditata a dettare come ci si debba comportare, parlare, adeguare ai nuovi canoni di una metamorfosi pseudo progressista. Un’accolita variegata di filosofi del pensiero debole, di giornalisti rampanti, di sedicenti intellettuali, di politici sfigati e minoritari, di radical chic del terzo millennio pretende di cambiare la scala dei valori esistenziali e morali considerati di vecchio conio. Costoro puntano a licenziare come moderna un’etica pubblica che sposi le teorie gender e le definizioni etiche innovative: un’avanguardia autoreferenziale, insomma, che ha sdoganato l’abolizione dei generi, il sesso liquido, anfotero ed indeterminato, che ha parificato l’omosessualità all’etero sessualità, le famiglie “queer” con quelle usuali, che ha elevato a diritto individuale l’eutanasia e l’eugenetica embrionale, l’esercizio della libertà senza vincoli e senza limiti . Insomma, per questi “maestri del pensiero” è giunta l’ora di inventarsi un nuovo tabù da abbattere, il patriarcato. Ora pare serva l’educazione sentimentale per spiegare in maniera astrusa quello che può esserlo per via semplicemente logica! Una palingenesi che prefigura un nuovo umanesimo senza radici e senza storia che poi si piange addosso innanzi a ciò che tragicamente provoca. Nella commedia “Mia Famiglia” Eduardo De Filippo descrive questo vuoto modernismo, ante litteram, che già nel secolo scorso minava dalle fondamenta i valori della famiglia e del vivere civile tra esseri responsabili che coniugavano la libertà alla responsabilità, l’educazione alla tradizione ed al buon senso. Così il celebre drammaturgo partenopeo scriveva: “Voglio parla’! E voglio dire tutti i luoghi comuni, le frasi più vecchie; non mi vergogno! Voglio citare i proverbi più antichi. Voglio rivendicare il mio modo di vedere le cose ed usarlo come misura di quello a cui assisto. Questo significa che voi avete tentato di farmi diventare una cosa inutile e sorpassata; ma che non ci siete riusciti; e che io ho creduto di trovarmi di fronte a gente che vedeva con un occhio più aggiornato del mio e non era vero”. Basterebbe già riflettere su questo complesso di cose per ragionare sul come evitare altre ricorrenti tragedie.

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