MARCIANISE – C’è tutta la grammatica mafiosa: la violenza, la pretesa di denaro, la pressione sulla vittima, il coinvolgimento di più ambienti criminali e il carcere che, secondo l’accusa, sarebbe stato ancora una volta luogo da cui far partire ordini, messaggi e intimidazioni. È il quadro messo nero su bianco nell’indagine condotta dalla Squadra mobile di Caserta e coordinata dal pm Alfredo Gagliardi della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, guidata dal procuratore Nicola Gratteri.
L’inchiesta ha spinto la Procura partenopea a disporre un decreto di fermo nei confronti di nove indagati: Francesco Argenziano, 49 anni, di Casapulla; Cuono Domenico Buonavolontà, 32 anni, e Pasquale Campolattano, 44 anni, entrambi di Maddaloni; Carmine Derrotti, 34 anni, domiciliato a Caivano; i recalesi Andrea Menditti, 51 anni, Fabrizio Menditti, 47 anni, e Antonio Rosato, 50 anni; Lorenzo Smeragliuolo, 38 anni, e Marco Varletta, 45 anni, entrambi di Marcianise. Il provvedimento sarà ora sottoposto alla valutazione del Tribunale. Nell’inchiesta risultano coinvolti a piede libero anche Marco Albertini, 47 anni, di Napoli, Pasquale Apicella, 58 anni, e Pasquale Corvino, 40 anni, entrambi di Casal di Principe. Tutti i 12 indagati – nei confronti dei quali è stato disposto anche un decreto di perquisizione, finalizzato alla ricerca di ulteriori elementi utili all’attività investigativa – devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesantissime: tentata estorsione, sequestro di persona, lesioni, rapina e armi, con l’aggravante del metodo mafioso.
Il cuore dell’indagine è una presunta richiesta estorsiva ai danni di un imprenditore attivo nel settore delle auto e degli orologi di lusso. Secondo la Dda, all’uomo sarebbe stata chiesta una somma inizialmente quantificata in 600mila euro, presentata come un credito vantato nei suoi confronti.
Il presunto motore della richiesta, per gli investigatori, sarebbe stato Carmine Derrotti, broker di auto di lusso con contatti in Germania. Negli atti viene descritto come il soggetto che avrebbe determinato e sollecitato le pretese estorsive, servendosi di più intermediari. Lorenzo Smeragliuolo e Marco Varletta vengono indicati come emissari e ambasciatori delle richieste. Non solo: Derrotti, secondo la Procura, avrebbe chiesto l’intervento anche di Pasquale Corvino e Pasquale Apicella ‘o bellomm, ritenuti vicini ad ambienti mafiosi e chiamati in causa per rappresentare l’interesse dei Casalesi al buon esito della vicenda.
La ricostruzione della Dda allarga poi il raggio anche all’area di Marcianise e Recale. I fratelli Andrea e Fabrizio Menditti vengono indicati come soggetti chiamati a intervenire nella vicenda rappresentando, secondo l’accusa, il clan Belforte. È in questo quadro che si inserirebbe il ruolo attribuito ad Argenziano: sarebbe stato lui, secondo gli atti, a fare da tramite per la convocazione della vittima presso l’abitazione dei Menditti, a Recale, finalizzata a una videochiamata con un soggetto ristretto in carcere.
Gli investigatori ricostruiscono diversi passaggi. Il 25 novembre 2025 Smeragliuolo e Varletta si sarebbero presentati a Santa Maria Capua Vetere, presso l’abitazione dell’imprenditore. Attraverso il citofono, con tono ritenuto intimidatorio, gli avrebbero detto: “Scendi che ti dobbiamo parlare un poco”. Nei giorni vicini all’Immacolata del 2025, invece, Corvino avrebbe contattato la persona offesa per consentire ad Apicella di rivolgerle direttamente una comunicazione minacciosa: “Tieni un problema a Casale, quando ci possiamo vedere?”. A quella frase sarebbe stato aggiunto un riferimento preciso: “Per la questione di quell’auto di Carmine”.
Ad aprile 2026, sempre secondo la Procura, Argenziano si sarebbe recato nella concessionaria dell’imprenditore e gli avrebbe intimato di presentarsi presso l’abitazione di uno dei fratelli Menditti. L’obiettivo, per gli inquirenti, sarebbe stato quello di metterlo in contatto tramite videochiamata con un soggetto detenuto in una struttura carceraria non meglio specificata. In quell’occasione, sempre secondo l’accusa, alla vittima sarebbe stato contestato di non essersi adeguata alla convocazione ricevuta: “Quelli ti hanno mandato a chiamare e tu non ti sei presentato”. Poi un’ulteriore frase dal sapore minaccioso: “Fai come vuoi tu”. L’incontro, però, non si sarebbe concretizzato per circostanze indipendenti dalla volontà degli indagati.
Accanto alla presunta estorsione, la Dda contesta anche un episodio di sequestro di persona. Stellato sarebbe stato pedinato e poi bloccato mentre era a bordo del proprio veicolo. Secondo il decreto, sarebbe stato costretto a salire su una Fiat Punto bianca, immobilizzato con fascette, incappucciato e portato nei pressi del cimitero di San Prisco. Qui sarebbe stato minacciato con armi e colpito con schiaffi, pugni e cazzotti. Questa condotta viene attribuita a Derrotti, ai fratelli Menditti, a Campolattano, Buonavolontà, Rosato e Albertini.
Per la Dda, le condotte contestate avrebbero avuto una precisa connotazione mafiosa. Non solo per la violenza esercitata, ma per il ricorso a modalità ritenute tipiche dell’intimidazione camorristica: convocazioni, emissari, riferimenti ai clan, messaggi dal carcere, aggressioni e richieste di denaro. Un sistema di pressioni che, secondo l’accusa, avrebbe dovuto costringere l’imprenditore a pagare e piegarne la volontà evocando il peso dei Casalesi e dei Belforte. La parola passa ora al giudice, chiamato a valutare il provvedimento eseguito nelle scorse ore. Nel collegio difensivo, tra i legali impegnati, gli avvocati Nello Sgambato, Carlo De Stavola e Ferdinando Letizia.
Il mercato delle supercar dietro l’escalation di violenza
Prima gli affari nel mercato delle supercar, poi i sospetti su alcune operazioni finite male, le pressioni, i tentativi di mediazione attraverso ambienti criminali e infine il sequestro in strada con modalità da commando. È il retroscena che, secondo la Dda di Napoli, avrebbe preceduto la violenta aggressione subita dall’imprenditore casertano attivo nella vendita di auto e orologi di lusso.
Il rapporto con Carmine Derrotti, broker nel settore delle vetture di pregio con contatti anche in Germania, sarebbe nato nel 2023. Nell’aprile dell’anno successivo, tramite Derrotti, la vittima avrebbe trattato la vendita di una Porsche 991 GT, dal valore indicato in circa 420mila euro. Poco dopo, però, sarebbe stato contattato da una concessionaria di Termoli, che sosteneva di aver acquistato la stessa auto da Derrotti senza mai riceverla. Un primo episodio che avrebbe fatto nascere dubbi nell’imprenditore. A complicare il quadro sarebbe arrivata poi la vicenda di una Lamborghini Revuelto. La vettura, venduta a una società napoletana con un pagamento immediato da 300mila euro e un saldo rateale, sarebbe risultata, secondo quanto riferito dalla vittima agli investigatori, introdotta in Italia senza regolare sdoganamento. Per evitare ricadute sulla propria attività, l’imprenditore avrebbe restituito quanto incassato, ottenuto la riconsegna dell’auto e riportato il veicolo al concessionario foggiano coinvolto nell’operazione. Da lì, secondo la denuncia, Derrotti avrebbe iniziato a pretendere 600mila euro per la perdita subita nell’affare, ma l’imprenditore avrebbe respinto la richiesta e chiuso i rapporti. A quel punto sarebbero cominciate le pressioni. Nel novembre 2025 due uomini su una Bmw X6 nera con targa tedesca si sarebbero presentati sotto casa della vittima, a Santa Maria Capua Vetere, invitandola a ‘scendere’ per parlare. Pochi giorni dopo, in una videochiamata, sarebbe comparso Pasquale Apicella, detto ’o Bellom, ritenuto dagli inquirenti figura apicale dei Casalesi: il messaggio, secondo l’accusa, era legato al ‘problema’ dell’auto di Carmine.
L’imprenditore avrebbe rifiutato ogni mediazione criminale e sporto denuncia per tentata estorsione contro ignoti. Le pressioni, però, non si sarebbero fermate. Il 12 maggio, intorno alle 19.45, dopo la chiusura dell’attività, sarebbe stato bloccato da due Fiat Punto, una bianca e una blu scuro, con otto uomini armati e incappucciati. Il gruppo si sarebbe qualificato come appartenente alle forze dell’ordine attraverso paletta e distintivo con la scritta “Police”, ritenuti falsi. Colpito, incappucciato e legato con fascette, l’imprenditore sarebbe stato portato in una zona di campagna dopo quasi un’ora di tragitto. Qui sarebbe stato ancora picchiato e colpito alla testa con il calcio di una pistola. Gli aggressori gli avrebbero sottratto 10mila euro, un Rolex ‘Pepsi’, gioielli, telefono, documenti e le chiavi delle auto in giacenza. Durante l’aggressione il cappuccio si sarebbe sfilato e la vittima avrebbe riconosciuto Derrotti, che gli avrebbe ribadito la richiesta dei 600mila euro. Le minacce sarebbero state estese anche alla compagna, al figlio di 15 mesi e al fratello. Per evitare conseguenze, l’imprenditore avrebbe promesso la consegna di una Porsche Carrera GT e di una Lamborghini Huracán, per un valore complessivo indicato in circa 680mila euro. Poi il rilascio vicino al cimitero di Santa Maria Capua Vetere e l’intervento della polizia.
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