Italia: la cultura della violenza minaccia l’ambiente

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Regressione culturale
Regressione culturale

Ci sono concetti fondamentali, come ‘equilibrio’ e ‘cura’, che sono stati soffocati da un modello di sviluppo predatorio. La loro scomparsa dal nostro linguaggio corrente è il sintomo di una profonda erosione culturale. Osserviamo ormai con abitudine e passività le notizie di disastri ambientali: incendi, alluvioni e siccità diventano i numeri di una macabra contabilità, spogliati della loro tragica realtà.

Questa assuefazione ha radici in una convinzione che abbiamo maturato: soltanto lo sfruttamento aggressivo delle risorse può garantire il nostro benessere. Con uno spaventoso passo indietro culturale, abbiamo accettato che il danno ecologico sia un prezzo inevitabile da pagare per il progresso. La violenza contro il pianeta è stata normalizzata come unico strumento per regolare il nostro rapporto con la natura.

Questo approccio cancella il diritto internazionale sull’ambiente e depotenzia ogni negoziato multilaterale sul clima che non sia subordinato alla logica del profitto immediato. Si è rovesciata la prospettiva che aveva preso forma dopo la presa di coscienza ecologica degli anni Settanta. Allora, anche le politiche più pragmatiche miravano a un obiettivo di sostenibilità, una forma di deterrenza contro il collasso. Oggi, lo sfruttamento è diventato uno stato permanente e senza fine.

Sono gli strumenti della devastazione ambientale a dettare l’agenda politica, e non la politica a porre dei limiti all’economia in nome del bene comune. Questa regressione si è allargata a macchia d’olio nella società. Il nostro linguaggio è diventato bellico, la scuola fatica a insegnare empatia e rispetto, e i media spesso glorificano la competizione spietata, offuscando il confine tra la vittima (il pianeta, le comunità fragili) e il carnefice.

I dati confermano questa torsione culturale. Un recente sondaggio Istat ha rivelato che l’11,1% dei giovani tra i 14 e i 19 anni considera accettabile “uno schiaffo ogni tanto” in una coppia. Questa normalizzazione della prevaricazione nella sfera privata è lo specchio della nostra attitudine verso l’ambiente: è il sintomo di una cultura incapace di riconoscere il valore intrinseco dell’altro, che sia una persona o un ecosistema.

In questo scenario, restituire dignità a parole come ‘custodia’ e ‘limite’ è un’impresa ardua. L’unica strada percorribile parte dal linguaggio e dall’educazione civica e ambientale, fin dalle scuole elementari. Dobbiamo spiegare che un pianeta sano, come la giustizia e la libertà, non è un dato di fatto, ma una conquista che va protetta e confermata ogni giorno con le nostre azioni.

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