CASAPESENNA – Venti manifesti funebri che, nel corso di una telefonata intercettata, Costantino Garofalo disse di essere stato chiamato a realizzare dalla Provincia di Caserta. Un episodio apparentemente marginale che, inserito nel quadro degli altri elementi raccolti nell’inchiesta, viene considerato dagli investigatori indicativo della rete di contatti istituzionali costruita nel tempo dall’imprenditore.
Arrivare a sedersi ai tavoli giusti, interloquire con chi conta, ottenere occasioni per le proprie attività e conoscere più da vicino le dinamiche del territorio. Sarebbe stata questa, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, la strategia seguita da Garofalo. Una rete di relazioni che non sarebbe stata coltivata soltanto per interessi personali, ma si sarebbe inserita in un progetto più ampio, ritenuto di stampo mafioso e legato alla sua presunta vicinanza alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Si tratta dell’ipotesi accusatoria, ancora da verificare nel processo, formulata dai pubblici ministeri Vincenzo Ranieri, Alfredo Gagliardi e Vincenzo Toscano.
Un impianto che, sul piano cautelare, ha superato finora il vaglio del giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del Riesame, che hanno confermato la custodia in carcere di Garofalo, detenuto da luglio con l’accusa di associazione mafiosa.
Gli inquirenti lo indicano come il presunto ‘volto pulito’ del gruppo criminale: una figura capace di muoversi negli ambienti pubblici e imprenditoriali, creare relazioni e aprire canali ritenuti utili agli affari e al radicamento sul territorio. Con lui è finito in carcere anche il suocero Raffaele Nobis, coinvolto nell’inchiesta e considerato dagli investigatori uno dei suoi principali punti di riferimento.
Tra gli episodi inseriti negli atti c’è proprio quello dei manifesti preparati dopo la morte improvvisa di un dipendente della Polizia provinciale di Caserta avvenuta nel febbraio 2025. Dalle intercettazioni emerge che Garofalo contattò un collaboratore della Ital Funeral Associated, chiedendogli di stampare venti manifesti di partecipazione perché era stato ‘chiamato’ dalla Provincia di Caserta, come affermò durante la telefonata.
Garofalo inviò quindi il testo con l’intestazione dell’amministrazione provinciale e indicò i luoghi nei quali i manifesti dovevano essere affissi.
La conversazione, secondo i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, autori dell’indagine, contribuirebbe a descrivere la capacità dell’imprenditore di coltivare rapporti con ambienti istituzionali e di proporsi come interlocutore per lo svolgimento di attività e servizi. L’attenzione degli investigatori si concentra anche sulla società alla quale Garofalo si rivolse per la stampa.
Nell’informativa viene evidenziato che l’impresa del settore funerario aveva ricevuto un diniego all’iscrizione nella white list prefettizia, motivato negli atti con il rischio di condizionamenti o infiltrazioni mafiose.
L’episodio, considerato isolatamente, non prova alcuna condotta illecita. Secondo l’Antimafia, tuttavia, assumerebbe un significato diverso se inserito nel quadro complessivo dei rapporti, degli incarichi e delle frequentazioni attribuiti a Garofalo.
Resta da chiarire quale fosse la consapevolezza delle persone entrate in contatto con lui e se quelle relazioni avessero natura esclusivamente professionale o fossero funzionali ad altri interessi. Saranno il processo e gli ulteriori accertamenti a verificarlo.
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