Un recente studio ha trasformato un’ipotesi scientifica in una certezza: le microplastiche sospese nell’aria contribuiscono attivamente alla crisi climatica. La ricerca, condotta da un team di scienziati delle università Fudan (Cina) e Duke (Stati Uniti) e pubblicata sulla rivista Nature Climate Change, ha svelato un meccanismo finora sottovalutato.
Le microplastiche presenti nell’atmosfera non sono inerti, ma si comportano in modo simile ad altri aerosol che influenzano il clima. Assorbono la radiazione solare e trattengono il calore, con un’efficacia che dipende dal loro colore. Le particelle scure o pigmentate sono risultate fino a 75 volte più capaci di assorbire luce rispetto a quelle trasparenti. A livello globale, il loro contributo al forzante radiativo è stato stimato intorno al 16% di quello del black carbon (fuliggine), un valore non trascurabile.
L’impatto locale può essere ancora più significativo. In alcune aree oceaniche particolarmente contaminate, come specifiche zone del Pacifico subtropicale, l’effetto di riscaldamento delle microplastiche potrebbe superare quello della fuliggine. Questo dato evidenzia un grave problema: i modelli climatici attuali non includono quasi mai le microplastiche atmosferiche, suggerendo che le previsioni sul riscaldamento potrebbero essere state finora incomplete.
Questa scoperta unisce due problemi ambientali che in passato sono stati trattati separatamente: l’inquinamento da plastica e il cambiamento climatico. Oltre all’impatto atmosferico diretto, esistono altri legami cruciali. La produzione stessa della plastica, che deriva in gran parte da combustibili fossili, è un processo ad alta intensità energetica che genera ingenti emissioni di gas serra.
Inoltre, quando i rifiuti plastici si degradano sotto l’azione del sole o vengono inceneriti, rilasciano nell’ambiente metano, etilene e ulteriore anidride carbonica. Anche gli ecosistemi ne risentono: negli oceani, le microplastiche possono danneggiare il fitoplancton, riducendo la capacità del mare di assorbire CO₂. Nei suoli, possono alterare l’attività microbica e la capacità del terreno di immagazzinare carbonio.
Dato che la produzione globale di plastica è destinata ad aumentare, anche le emissioni associate cresceranno, consumando una quota sempre maggiore del “budget” di carbonio globale. Per contrastare questo fenomeno, sono necessarie azioni collettive e individuali.
Per ridurre la dispersione di microplastiche, si possono adottare alcune buone pratiche. In casa, è utile lavare i tessuti sintetici (come poliestere e nylon) con cicli delicati e a pieno carico, preferendo fibre naturali come cotone e lino. È fondamentale ridurre l’uso di plastica monouso, evitare cosmetici con microgranuli e non riscaldare alimenti in contenitori di plastica.
All’esterno, diminuire l’uso dell’auto contribuisce a ridurre il rilascio di particelle derivanti dall’usura degli pneumatici. Scegliere percorsi in aree verdi o strade secondarie, lontane dal traffico intenso, aiuta a limitare l’esposizione a queste e altre particelle inquinanti.






